La prima maschera, le prime fiamme, le prime performance teatrali, il primo screaming, la prima elettronica, nella storia della nostra musica preferita. Ladies and gentlemen: Mr. Arthur Brown!

Essermi occupato di recente dell’ultimo fenomeno mascherato, Angine De Poitrine, mi ha fatto venire in mente che per questa mini “rubrica” dedicata ai pionieri del rock, era il momento giusto per parlare di quello che ha realmente dato il via a tutto quanto: Arthur Brown. Parliamo di uno che ha inventato più di un genere e di un atteggiamento, diventati poi consueti nella musica rock e metal, con la gara a stupire e estremizzare sempre più quello che lui aveva fatto di puro istinto già nel 1968, anno in cui arriva il primo e unico vagito di The Crazy World Of Arthur Brown, band di tre elementi che pubblica l’omonimo album, dando il via all’ennesima rivoluzione.

Prima di Arthur Brown, sia chiaro, di tutto questo c’era poco o niente. I Beatles avevano da poco smesso di andare in giro in giacca e capelli a caschetto e anche le altre band dell’epoca stavano sì rendendo la loro musica più complessa e a volte violenta, ma non avevano ancora sviluppato il discorso del look e dell’approccio al palco. La psichedelia era lì sulla porta e avrebbe portato di lì a pochi mesi le giacche a fiori, i pantaloni a zampa, i capelli lunghi, le fasce nei capelli e soprattutto uno stravolgimento della forma canzone. Ma in quel 1967 nessuno aveva ancora in mente quello che Arthur Brown si mise a fare quasi spontaneamente, come naturale conseguenza della sua indole istrionica e davvero fuori dagli schemi.

Il cuore di questa rivoluzione che era lì pronta a scoppiare, era l’Ufo club di Londra, un locale che si legò in modo particolare alle avanguardie dei movimenti musicali e di pensiero che stavano esplodendo nella seconda metà degli anni ’60. Kevin Ayers, Robert Wyatt, Syd Barret e di conseguenza i Pink Floyd, presero le mosse da qui. Ma già allora su tutti spiccavano le follie di Arthur Wilton da Whitby, lungagnone longilineo che era arrivato a Londra con una notevole capacità di musicista, di impostazione classica (piano, contrabbasso), ma soprattutto con un suo discorso mentale già aperto sugli orizzonti nuovi della performance musicale, gestuale, teatrale. E’ ancora il 1967 quando sul palco dell’Ufo club si presenta per la prima volta, The Crazy World Of Arthur Brown, band davvero estrosa di tre elementi. E che elementi. C’è lui, Arthur che adesso si fa chiamare Brown, che suona il basso, poi c’è un batterista che inizialmente si chiama Drachen Theaker , ma prestissimo verrà sostituito da Carl Palmer, già all’epoca un autentico virtuoso, come avrà modo di dimostrare in un trio prossimo venturo, Emerson, Lake and Palmer. E infine c’è colui che tiene in piedi l’intera struttura musicale, Vincent Crane, eccezionale organista, il primo a tirare fuori dall’Hammond il massimo delle sue potenzialità, ma abilissimo come musicista a tutto tondo. Senza Crane e il suo apporto, sia musicale che compositivo, sia chiaro, The Crazy World Of Arthur Brown non esisterebbe e non darebbe alle stampe nel 1968 il suo omonimo, incredibile album, pubblicato grazie all’intuito di Pete Townshend, il primo a capire la rivoluzione che Arthur aveva in mente. Il disco è una bomba sia per la qualità che, soprattutto, per la carica innovativa che porta nel mondo del rock. Arthur parte dalle sue origini rythm and blues e poi le stira, le fa a pezzi e le ricompone, ci aggiunge una tonnellata di teatralità vocale. Emblematico di questa rivoluzione è il singolo che porta il Crazy World in testa alle classifiche: “Fire!” è fuoco per davvero. L’impronta resta rythm and blues alla lontana ma l’incedere galoppante, sostenuto da un fraseggio di Hammond davvero indimenticabile, cambia subito le carte in tavola. E poi c’è Arthur che accentua la forza del brano con una vocalità estrema, profondissima e aliena. Il resto dell’album non è da meno e mostra altre caratteristiche peculiari della vocalità di Brown, tra cui l’acutissimo screaming che nemmeno Gillan all’epoca aveva ancora introdotto e che avrebbe poi caratterizzato buona parte del metal anni ’80. Il 33 giri è tutto uno spettacolo. “Prelude” e “Fanfare” che introducono il momento catartico di “Fire!”, sono suggestive e inquietanti e nella seconda facciata Brown paga tributo, stravolgendole a modo suo, a “I Put A Spell On You” di Screamin’ Jay Hawkins e “I’ve Got Money” di James Brown: i padri di questa enfatizzazione del blues e del rythm and blues.

E sul palco questo autentico magma come viene rappresentato?

Arriviamo alla parte che più ci interessa, alla rivoluzione visiva di cui Arthur Brown è iniziatore: trucco facciale carico e già molto simile a quello che cinque anni dopo caratterizzerà Gene Simmons, tuniche sacerdotali, autentiche rappresentazioni sul palco e soprattutto il “fire helmet”, indossato quando arriva il momento di “Fire” (video qui), con una fiamma vera che si sprigiona dalla testa del cantante/performer (Simmons spostati proprio…), alimentata da una pompetta a gas nascosta sotto gli abiti. Un paio di volte prendono fuoco i capelli, un altro paio di volte il sipario, ma l’effetto è clamoroso per una platea non ancora abituata a questi eccessi.

E’ ovvio che il demone dei Kiss, ma anche Alice Cooper, The Tubes, Peter Gabriel e tutti coloro che in seguito declineranno il rock psichedelico e il prog in teatralità, debbano un mare di gratitudine a Arthur Brown, che in fondo anche musicalmente, con le sue partiture complicate, l’uso di archi e fiati, le sezioni diverse in uno stesso brano e la rinuncia al riff di chitarra (che nella band non c’è), ha fatto qualcosa di molto vicino al progressive che verrà.

Tanta attitudine e tanta frenesia creativa ovviamente sono difficili da contenere. Quindi The Crazy Workld Of Arthur Brown non va oltre il primo album. Troppo forti le personalità musicali dei tre per convivere. Soprattutto Crane, che è l’anima compositiva del trio, vede il bisogno di sviluppare in autonomia le sue idee, mettendo in piedi gli Atomic Rooster, che a loro volta saranno una fucina di musicisti, transitati poi in buona parte in gruppi celeberrimi. Carl Palmer va invece a conquistare il mondo con El&P.

Arthur mette in piedi i Kingdom Come (niente a che vedere con il futuro gruppo metal) che adottano la stessa formula dal punto di vista musicale, mettendo insieme tre album fra il 1972 e 1973, senza però mai centrare un successo come “Fire!”. Dal punto di vista puramente teatrale, Arthur Brown continua sulla falsariga della prima band, stimolato sempre di più anche da aiutini esterni, che lo portano a strafare decisamente: a Palermo nel 1970 si spoglia sul palco e viene arrestato per atti osceni. Ma altre cose che si inventa e che faranno scuola sono: calarsi dall’alto con un’altissima gru edile sul palco, arrivare in scena dentro una bara, farsi crocifiggere on stage. Ogni sera è uno show di imprevedibilità, non più supportata a dovere dalla musica. I Kingdom Come infatti suonano pezzi al servizio della teatralità di Brown e non viceversa. Lui lo capisce e si libera anche di questa band e va avanti da solo. Anche in questo senso si rivela innovatore: è il primo a sostituire le percussioni con una batteria elettronica, il primo a dotarsi di una strumentazione elettronica autosufficiente,  e con “Journey”, ultimo disco dei Kingdom Come che in realtà realizza praticamente da solo, si rilancia quanto basta per assumere il ruolo di maestro e influenza delle nuove schiere in arrivo. Il che lo porterà a collaborare con musicisti di alto livello come Brian Eno e Bob Calvert e a frequentare sporadicamente Frank Zappa, gli Who, gli Hawkwind, Bruce Dickinson e altri.

Da segnalare ancora: il suo disco solista del 1974, “Dance”, in cui rilegge se stesso con grande ironia, dando vita a un album decisamente più accessibile e quasi solare rispetto al resto della sua produzione; e il ritorno in studio con il sodale di una volta, Vincent Crane, per “Faster Than The Speed Of Light” (firmato insieme) che mostra ancora una volta da un lato l’enorme talento dei due e anche la loro instabilità: una prima parte di altissimo livello e poi un po’ di digressioni meno comprensibili. Negli anni duemila Brown darà di nuovo vita anche al Crazy World, ma qui siamo ormai nel revival di se stesso: Arthur è un’icona, un mito, un’influenza infinita per i tanti emuli del suo percorso, ma ovviamente la magia è andata.

Anche se l’unica vera pietra miliare del suo lavoro è l’iniziale disco del 1968, i meriti di Arthur Brown per la scena shock rock, metal, psichedelica, prog sono innegabili e universalmente riconosciuti. E tornando all’inizio di questo pezzo, chissà se nel 2026 avremmo un duo con mascheroni marziani e vestiti a pallini se nel 1968 un folle non avesse cominciato a truccarsi la faccia di bianco e accendersi una fiamma a gas sulla testa…

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Di Arthur Brown in queste pagine abbiamo recensito

Della stessa serie “Veramente vecchio, veramente rock”: