A ottobre 2025 Back In Rock aveva trattato “A Dark Poem, Part I: The Shores Of The Melancholia” dei norvegesi Green Carnation, articolo cui rimando anche per le informazioni biografiche sulla band (clicca sul link colorato).
In tale occasione, come si poteva facilmente evincere, avevamo anticipato di essere di fronte al primo capitolo di una trilogia ispirata a Rimbaud e alla sua ode all’Ophelia di Shakespeare, i cui episodi successivi sarebbero stati editi nel corso del 2026.
Eccoci quindi, in anteprima, al cospetto del secondo, intitolato “A Dark Poem, Part II: Sanguis”, che uscirà ufficialmente il 3 aprile.
Rispetto alla prima parte, pur mantenendo le caratteristiche che contraddistinguono il loro sound, i Green Carnation si addentrano nella sfera personale, mettendo a nudo relazioni dolorose, soprattutto nell’ambito familiare di Stein Roger Sordal che, oltre a suonare svariati strumenti, è il paroliere della band.
Se in “The Shores Of The Melancholia” la band partiva da un porto sicuro e familiare, “Sanguis” la vede in piena lotta contro l’infuriare della tempesta nelle loro menti.
Già negli iniziali nove minuti della title track, aperti dall’organo dirompente di Endre Kirkesola, produttore di lungo corso e divenuto anche membro stabile del gruppo, l’indole progressive, con leggeri sprazzi estremi, plasma un brano dalle melodie vincenti che cerca di eliminare le scorie di relazioni familiari dolorose, ma che, nell’oscura parte finale, finisce per far riaffiorare un traumatico ricordo d’infanzia, interpretandolo con la maturità di uomo adulto.
La delicata e sofferta ballata “Loneliness untold, loneliness unfold” è interpretata vocalmente proprio da Stein Roger che, su un arrangiamento scarno e fascinoso, cerca risposte a quesiti esistenziali con la paura di conoscerle già.
Con “Sweet to the point of bitter” emerge il lato più heavy dei Green Carnation, senza però tralasciare in alcun momento la vena melodica, per cui riff e ritmiche massicce fanno da base a linee vocali che lasciano intuire un risentimento di fondo.
Il progressive riprende campo in “I am time”, regalando passaggi splendidi, in cui l’amalgama tra il gran lavoro delle tastiere e quello delle chitarre crea l’ambiente adatto per liriche espressive guidate da venti di cambiamento alla ricerca di un riconoscimento immediato.
Note di basso aprono “Fire in ice” che alterna sfuriate heavy a un sinfonismo melanconico per alimentare le fiamme politiche viste nel capitolo precedente.
Ancora una splendida ballad, “Lunar tale”, per chiudere questa seconda parte, dove neppure il flauto rassicurante di Ingrid Ose e le note del piano riescono a mitigare una proiezione cupa del futuro… ma chissà cosa riserverà il terzo capitolo, nel contempo ci godiamo ancora una volta una band che sa ciò che vuole e dove intende andare.
Ricordo che la formazione in tour della band prevede anche la presenza di Tchort, membro fondatore, e di Trond Breen, entrambi alle chitarre.

Band:
Kjetil Nordhus – voce
Stein Roger Sordal – basso, chitarre, tastiere, voce su 2
Bjørn Harstad – chitarre, effetti
Endre Kirkesola – tastiere, synth, organo, effetti, cori su 6
Jonathan Alejandro Perez – batteria
Ospite:
Ingrid Ose – flauto su 6
Tracce:
- Sanguis
- Loneliness untold, loneliness unfold
- Sweet to the point of bitter
- I am time
- Fire in ice
- Lunar tale