A volte ritornano.

Il progressive rock italiano degli anni settanta è stato un movimento importante che ha partorino un numero elevatissimo di band, tanto da essere oggetto di svariate pubblicazioni bibliografiche e da far impazzire il mercato collezionistico.

Con tanta fertilità non è stato facile emergere, ma, tra coloro che ce l’hanno fatta, vanno annoverati sicuramente i Semiramis da Roma.

L’embrione della band è datato all’inizio dei seventies sotto il nome Ipotesi di una Metamorfosi, ma l’anno seguente con l’ingresso del giovanissimo chitarrista cantante Michele Zarrillo (già, proprio lui!) viene adottato il nome di Semiramis.

Dopo qualche avvicendamento il gruppo si stabilizza nella seguente formazione: Paolo Faenza (batteria e percussioni), Marcello Reddavide (basso), Giampiero Artegiani (chitarre acustiche e synth), Michele Zarrillo (chitarre elettriche e acustiche, nonché voce) e il fratello Maurizio Zarrillo (tastiere), già membro fondatore.

Nel 1973 viene registrato “Dedicato a Frazz”, album hard progressive caratterizzato dall’essere un concept che ha come protagonista Frazz (dall’acronimo dei cinque membri del gruppo) e un excursus attraverso le sue psicosi e un finale tragico.

Nonostante gli ottimi riscontri e l’esperienza live maturata, la band, a causa dell’instabilità, si scioglie e rimane solo la soddisfazione che l’opera verrà ristampato più volte negli anni, senza contarne gli apprezzamenti anche oltre confine.

Nel 2017, su iniziativa di Paolo Faenza il gruppo si ricompone e accanto al batterista ci sono i due veterani Giampiero Artegiani e Maurizio Zarrillo, cui si aggiungono Vito Ardito (voce e chitarra acustica), Rino Amato (piano, organo e synth), Ivo Mileto (basso) e Antonio Trapani (chitarra elettrica).

La reunion produce una serie di date tra le quali spicca quella di Genova del 22 aprile 2017, al Teatro La Claque, che, grazie alla Black Widow Records, viene immortalata nel dvd dal vivo “Frazz live”.

Purtroppo, lo stesso anno è funestato dalla notizia della morte di Maurizio Zarrillo, sostituito da Daniele Sorrenti.

Nel 2019, dopo una lunga malattia, anche Giampiero Artegiani passa a miglior vita, lasciandoci, oltre al lavoro con la band, anche collaborazioni importanti: testi per Michele Zarrillo, musiche per Franco Califano e, soprattutto, autore della celebre “Perdere l’amore”, portata alla vittoria del Festival di Sanremo da Massimo Ranieri.

Nonostante la sfortuna, il fuoco dei Semiramis rimane vivo sotto la cenere ed ecco che vede la luce il nuovo album dal titolo profetico “La fine non esiste”.

C’è continuità con il capolavoro del 1973, non tanto per i testi che non seguono un vero e proprio concept, benché esista un trait d’union teso a spingere le persone verso più profonde analisi interiori, quanto per le musiche che girano sempre intorno a un’idea di progressive dalle sfumature hard e talvolta pure jazz.

“In quel secondo regno” ha un impatto potente con l’organo in evidenza che mantiene nel corso del brano, arricchendosi via via con l’aggiunta dei vari strumenti e con un ottimo assolo di chitarra, mentre la voce si alterna tra il cantato e una parte recitata che introduce un inciso più dilatato per chiudere con un gran finale, il tutto quasi a voler riprendere la strada lasciata nel passato, con tanto di riferimento a Frazz.

Elementi jazz emergono con “Cacciatore di ansie” che sfoggia le qualità dei musicisti prima di assumere un andamento sinfonico in cui si inseriscono le parti vocali e a seguire stacchi prog impetuosi interrotti da un inciso darkeggiante e alternati a momenti più rilassati.

“Donna dalle ali d’acciaio” è dedicata alla trasvolatrice americana degli anni ‘30 Amelia Earhart; le splendide musiche toccano toni drammatici e ben descrivono gli stati d’animo di un amico che le scrive nella speranza di rivederla.

In “Non chiedere a un Dio” si rivede ancora Frazz con la sua voglia di tornare a vivere e con la sua consapevolezza che per guarire occorre morire, ben espresse dal brano che presenta un prog variegato e deciso prima di aprirsi a una parte centrale in cui la chitarra classica si unisce al cantato e a interventi di basso e flauto sorretti da una base d’organo e ornati da ottimi interventi della solista.

“Tenda rossa” è un altro brano drammatico in cui la band sceglie un classico progressive per rappresentarlo, andando ancora una volta a riferirsi a un famoso trasvolatore, il mitico Umberto Nobile, e agli eventi che lo videro protagonista nel salvarsi (purtroppo in pochi) dalla situazione tragica in cui era finito insieme al suo equipaggio nel pack del Polo Nord.

Il finale viene affidato a “Sua maestà il Cuore”, brano intimista dal punto di vista testuale teso all’analisi dei variegati aspetti del cuore che resta senza risposte, mentre, dal lato musicale, il sound proprio della band presenta una parte centrale dove voce e piano diventano protagonisti con un’enfasi coinvolgente.

“La fine non esiste” è un eccellente ritorno, degno di quanto prodotto nel fulgido periodo del Pop italiano degli anni’70; l’album è suonato alla grande da una band di ottimo livello; un piccolo appunto solo per alcune linee vocali, belle dal punto di vista delle timbriche, ma non sempre coerenti con la verve e la drammaticità dei suoni e degli argomenti.

Band:

Paolo Faenza – batteria e vibrafono

Ivo Mileto – basso

Emanuele Barco – chitarre elettriche

Marco Palma – chitarre acustiche

Giovanni Barco – voce

Daniele Sorrenti – tastiere, organo, synth, flauto