Pochissimo tempo fa parlavo con amici della scarsità bibliografica relativa all’underground inglese del periodo a cavallo tra gli anni ‘60 e gli anni ‘70.

Vero che tra gli esponenti di questa scena ci sono stati gruppi destinati alla fama imperitura (The Crazy World of Arthur Brown e primi Pink Floyd) o a scrivere la storia del progressive (Soft Machine) e dello space rock (Hawkwind), ma molte di queste band, seppur note agli appassionati, sono rimaste più sotto traccia a causa della difficile collocabilità nel palinsesto musicale dell’epoca: non proprio blues, non proprio progressive, non proprio hard rock…

Ecco, quindi, una pletora di gruppi eccezionali di cui non si parla mai abbastanza: Comus, The Deviants, High Tide, Pink Fairies, Skin Alley, The Third World War, Sam Gopal,… e, in particolare, Edgar Broughton Band (EBB).

Questi ultimi, capitanati da Edgar Broughton (chitarre e voce), hanno dato alla luce almeno cinque opere di livello stratosferico: “Wasa Wasa” (1969), “Sing brother sing” (1970), “In side out” (1971), “The Edgar Broughton Band” (1972) e “Oora” (1973); per chi è scettico consiglio di andare ad ascoltare il brano “Evening over the rooftops”, tratto dal terzo omonimo, e capirà cosa intendo.

Oggi, a distanza di oltre cinquant’anni da quel periodo, mi trovo tra le mani il nuovo album solista di Edgar e la mia emotività è subito in preallarme… e con ragione, dato che si tratta di un lavoro sofferto e oscuro, su cui credo abbia contribuito anche la morte, nel 2022, del fratello Steve, batterista storico della EBB e famoso per essere stato dietro alle pelli nel capolavoro “Tubular bells” di Mike Oldfield.

In realtà, l’embrione di molti brani era stato elaborato dal cantante/chitarrista nel corso degli anni e inizialmente aveva provato a coinvolgere senza successo proprio il fratello e il fedele bassista Arthur Grant, al fine di far uscire l’album a nome della band; a quel punto il progetto è proseguito da solista anche se il secondo ha prestato la sua opera al basso e non solo.

Break the dark” è opera introspettiva e “quasi” cantautorale, anche se non mancano riferimenti alla band madre.

Già l’iniziale “One breath” si muove su questi lidi, con suoni bucolici e la voce in zona springsteeniana.

Il cello suonato da Calle Arngrip, conosciuto tramite il web, introduce “Belle of travelyan” una ballata toccante e di classe in cui Edgar si esprime alla Johnny Cash.

“Six white horses” acquisisce una dinamicità tipica della new wave e le parti vocali esplorano territori cari a David Bowie e Nick Cave, con la personalità del primo e l’introspezione del secondo.

In “Flowers in a bowl” ancora il cello dipinge melodie eteree in cui si inserisce la solista dal tocco magico.

Echi di EBB emergono prepotentemente da “The raven’s song” dove Edgar canta in modo declamatorio su un tappeto che gode di movimento acustico e contemporaneamente di suoni acidi ed elettrici, compreso il flauto che si presenta anche nella successiva “Morning dew”, brano oscuro e profondo che chiama la necessità di maggior leggerezza offerta da “Eulia”, in cui cello e backing vocals dispensano fascino.

Ancora paesaggi di natura invernale sono l’oggetto delle pennellate musicali di “Almost dancing” in cui intervengono schiarite determinate da cori azzeccati per poi tornare all’imbrunire di “The deben flow”, alle sue ritmiche glaciali e alle note vocali uscite dai meandri della terra.

Atmosfere oniriche accompagnate dal cello determinano la bellezza e solennità di “Hymn”, cui segue “The sound don’t come” arricchita da un assolo meraviglioso.

“In the half light” emana classe e sembra provenire dalle sessioni di “Heathen”, capolavoro di Bowie del 2002.

Gran finale con i sette minuti della title track che testimonia, se ce ne fosse ancora bisogno, le doti compositive di Edgar Broughton e in cui la sua voce baritonale regala emozioni pure.

Spero che queste mie parole inducano a scoprire l’album e ad approfondire la storia musicale di un artista straordinario e della sua band.

Band:

Edgar Broughton – voce, chitarre, flauto e programming

Art Grant – basso e chitarre

Calle Arngrip – cello e chitarre

Dave Randell – cori

Luke Broughton – cori