È con emozione e devozione che mi appresto a parlare degli israeliani Orphaned Land e in particolare del loro nuovo “A heaven you may create”, un album registrato del vivo nel 2021, presso l’Heichal Hatarbut di Tel-Aviv, in occasione del concerto per festeggiare il loro trentennale.

Tre decenni nei quali la band ha saputo crescere ed evolvere il proprio suono elaborando una miscela che unisce alla perfezione il metal (tendenzialmente estremo all’inizio, per poi dirigersi verso un’idea più melodica, ma senza mai abbandonare inserti di cantato growl), il progressive e le sonorità tipiche della terra da cui provengono e di quelle che le stanno intorno, arricchendo il tutto con l’uso di svariati strumenti oltre a quelli tipici del rock.

Direi che proprio con loro si è iniziato a parlare di “desert rock” o “oriental metal”, genere nel quale si sono distinti anche, tra gli altri, i conterranei Subterranean Masquerade e i tunisini Myrath.

Ma la loro importanza non è dovuta solo alla musica, bensì ai grandi sforzi compiuti per trasmettere un messaggio di coesistenza e di pace in Medio Oriente, dove guerre, odio e sangue ancor oggi sono i protagonisti assoluti.

I tour con i palestinesi Khalas e altre band dalle svariate provenienze musicali e geografiche (es. i cileni Crisalida, i cinesi Voodoo Kungfu e i russi Imperial Age), la collaborazione con molti gruppi dei paesi limitrofi, oltre all’aver portato sul palco del Wacken Open Air del 2016 le bandiere di Libano e Israele insieme alla danzatrice del ventre libanese Johanna Fakhry, hanno fatto sì che nel 2012 sia nata una petizione sul web che li proponeva al Premio Nobel per la pace; purtroppo si è trattato di utopia, anche se la petizione dovrebbe essere ancora attiva, ma tutto ciò ha permesso al gruppo di acquisire notorietà anche al di fuori del contesto musicale per il messaggio di fratellanza che pongono sempre alla base della loro attività; a tal fine consiglio di recuperare, se ce ne fossero ancora copie, il numero 49 della rivista Classix Metal nella quale la brava Anna Minguzzi firma uno splendido ed esauriente articolo dedicato alla band.

Orphaned Land: un live che è una testimonianza non solo musicale, ma emotiva e sociale!

Per quanto riguarda l’album in oggetto, gli Orphaned Land hanno fatto le cose in grande, coinvolgendo un’orchestra di 60 elementi che ha contribuito ad arricchire ulteriormente le composizioni; sono state edite due versioni, una in vinile e una in cd+dvd; naturalmente, quest’ultima si fa preferire consentendo di poter ammirare la performance anche in video.

Peraltro, l’innata ricchezza dei suoni del gruppo e le loro esperienze sinfoniche pregresse (vedi nel disco “All in one”) unite alla tradizione israeliana nella musica classica hanno permesso che questo connubio sia stato assolutamente naturale.

La scaletta tocca quasi tutta la loro discografia, ma a farla da padrone sono “Mabool”, il loro capolavoro del 2004 col quale sono passati dalla prevalenza death dei primi album alla musica totale che li contraddistingue, e l’ultima fatica in studio “Unsung prophets & dead messiahs”.

Volutamente evito di dilungarmi sui singoli brani, selezionati ottimamente tra una ricca e qualitativa scelta, poiché i veri protagonisti assoluti sono i musicisti e le loro prestazioni:  orchestra e coro, entrambi maestosi; la classe di Kobi Farhi, leader della band e voce dalle mille sfaccettature, coadiuvato nelle parti femminili dalla bellissima Noa Gruman; la sezione ritmica di Matan Shmuely e Uri Zehla, sempre a loro agio in ogni situazione; l’immane lavoro delle chitarre di Chen Balbus e Idan Amsalem, capaci di assoli ricchi di gusto, e delle tastiere di Sharon Mansur, fondamentale nella vena sinfonica della band.

Segnalo che “Sapari”* è il brano il cui video è stato scelto per promuovere l’opera.

In un momento drammatico in cui ogni giorno le cronache provenienti dal Medio Oriente ci parlano di morte e distruzione che sembrano non avere mai fine, facendoci temere per un’escalation che, con la guerra in Ucraina e le tensioni africane, potrebbe causare un nuovo conflitto mondiale, la voce degli Orphaned Land ci fa capire che se esiste una concreta speranza di pace, questa non passa tanto da politica e religioni, quanto da arte, cultura e istruzione.

*https://youtu.be/GafBzzDrO3c?si=LhM1R4TW3Fj5_FzU

Band:

Kobi Farhi – voce

Uri Zelha – basso

Chen Balbus – chitarre

Idan Amsalem – chitarra

Matan Shmuely – batteria

Noa Gruman – voce

Sharon Mansur – Synth e tastiere