I Kant arrivano dalla Germania, più precisamente sono di Aschaffenburg, la stessa città bavarese che ha dato i natali ad Anika Nilles, la nuova batterista dei Rush. Nascono nel 2020 e si propongono in quartetto, definendosi heavy psych. In effetti, la loro proposta trae fortemente ispirazione dal periodo a cavallo tra i ‘60 e i ‘70, cui uniscono elementi della musica cosmica tedesca, del metal e del doom dei decenni successivi, costituendo di fatto un ponte tra la fine dei seventies e il terzo millennio. Tra le loro influenze citano gli onnipresenti e fondamentali Black Sabbath, ma anche realtà scandinave più recenti come Witchcraft e Horisont. Resta che la loro musica non si fossilizza su un determinato sound, presentando diverse sfaccettature che la rendono poliedrica. Anche i loro album sono variegati, infatti, se il primo, “When the strangers come to down” (2023), è più spostato verso la psichedelia westcostiana, tra rimandi a The Doors, Jefferson Airplane…, con brani dilatati e intrisi di melodie sognanti, il secondo, “Paranoia Pilgrimage” (2024), parte dalle stesse coordinate, ma sposta l’ago della bilancia su territori più heavy e oscuri, toccando metal, doom, kraut, hard psych,… forte di una registrazione in presa diretta in uno studio immerso nella Foresta Nera. Stupendo anche “Qualm”, singolo edito a giugno in attesa di “Echoes Of Unfortunate Times”, nuovo album in cui la band si apre ancor più alla sperimentazione, andando a creare un perfetto trait d’union tra la psichedelia dei sixties e quella più moderna, cui aggiungere le varie influenze doom, kraut e metal, creando ambientazioni più heavy, ma anche meno oscure del predecessore. Il tema centrale, intorno a cui ruota tutto il lavoro, è la paura del futuro e nella loro musica incanalano il senso di incertezza e disagio. L’ambizione e talento dei Kant emergono dalla title track iniziale, oltre dieci minuti di coacervo sonoro in cui si intersecano hard rock, psichedelia e progressive, tra parti liquide, cambi di tempo e impennate furiose, con il frontman Marius Seidel che libera la sua voce morrisoniana e impreziosisce col flauto. Basterebbe questo per essere paghi, ma l’ispirazione è tanta, per cui ecco il doom psych della possente “Black Widow” e quello acido e alieno di “When I close your eyes”, l’alternanza tra momenti lisergici e sfuriate heavy di “Am I in trance” e di “Digital beam”, l’inserto strumentale “Mischief mountain” che anticipa le ritmiche serrate della potentissima “Avalanche”, infine, la degna conclusione di “Android don’t serve”, la cui dinamica marziale, unita a riff poderosi, crea un percorso che parte dal krautrock di scuola Neu e arriva nei territori di certo post punk (Killing Joke), arricchito da una parte corale splendida. Lunga vita a band come i Kant che sanno unire ricerca sonora e talento compositivo.

Formazione:

Marius Seidel – chitarra, voce e flauto

Nicolas Jordan – chitarra

Elena Strähle – basso

Bryan Göbel – batteria

Tracce:

  1. Echoes of unfortunate times
  2. Black widow
  3. Am I in trance?
  4. Mischief mountain
  5. Avalanche
  6. Digital beam
  7. When I close my eyes
  8. Android don’t serve