Scusate il ritardo, ma questo non è un disco a cui si poteva dedicare una recensione cotta e mangiata. Questo è il testamento di un eroe, uno vero. Non credo ci sia nessuno nel mondo del rock che io stimi più di Mike Peters. Ok, c’è Springsteen, ma in quel caso è più una questione di passione incondizionata, da fan. Mike Peters, anima, voce e unico titolare della sigla The Alarm non è stato magari un mito musicale dello stesso livello, ma è probabilmente la persona più degna che abbia mai calcato un palco. Il 29 aprile del 2025, dopo più di vent’anni passati a combattere la leucemia, Mike Peters si si è arreso e ha lasciato questa terra, proprio nel modo in cui ha voluto farlo. “Non lascerò che il male rubi neanche un momento della nostra vita”, aveva promesso parlando di sé e della moglie Jules, malata anche lei di cancro. Mike se n’è andato dopo aver dato il via alla pubblicazione del secondo volume della sua autobiografia e soprattutto a “Transformation”, l’ultimo disco, concepito negli ultimi mesi della sua vita e lavorato fino all’ultimo giorno, anche con il laptop dal letto della Christie Foundation di Manchester, dove aveva tentato un’ultima cura a contrastare la trasformazione del suo male (da cui il titolo del disco). Una prima edizione limitata in vinile era uscita pochi mesi dopo la sua dipartita, solo in formato fisico. A fine maggio scorso, dopo altri 12 mesi passati dall’Alarm team a sistemare il disco secondo le indicazioni da lui lasciate per iscritto, “Transformation” è uscito in cd, in varie edizioni in vinile colorato e arricchito, e sulle piattaforme di streaming. Vorreste comprare il disco per pietà o perchè il ricavato servirà alla fondazione “Love Hope and Strength”, creata da Mike e da sua moglie per la ricerca? Malissimo, perché questo è forse il miglior disco degli Alarm dai tempi dei cinque originali pubblicati dalla band negli anni ’80 e primi ’90. Compratelo per la musica, per piangere con Mike, per ridere con Mike, per alzare il pugno con Mike, per gridare con Mike. Che ci va giù pesante, diciamolo. Non c’è testo, a parte forse “Soul Town” che non sia pieno di riferimenti alla malattia, alla vita, alla riscossa, a lottare, a crederci, a sperare in un giorno in più. Si parte da “New Life” (“Vi rivedrò nella nuova vita”), per passare a “Chimera”, che gioca sul termine sanitario dato alle cellule sperimentali, poi “Outlier” (“Sono uno fuori dal comune, sono uno che va fino in fondo, sono ancora qui”). Poi saltiamo un po’ di pezzi, non senza sottolineare la bellissima “Wired” che fa riferimento ai vari cavi e tubi collegati a Mike e che per melodia sembra un pezzo uscito dai gloriosi anni ’80; e come non commuoversi con un verso come “Non voglio vivere per sempre, voglio vivere qui e ora” (“Live Today”) o con “Arriva un altro grande giorno, neanche una nuvola in cielo, ecco un altro grande giorno in cui essere vivi” (“To Be Alive”), per chiudere con il vero testamento finale, “Love Makes Love”, il cui messaggio si capisce già dal titolo, cantato da Mike con la voce finalmente rotta dall’emozione e forse anche dal dolore.

Lo stesso dolore che prova chi ha amato e apprezzato la musica degli Alarm e di Mike in tutti questi anni, ma ha voluto bene soprattutto a una persona buona, entusiasta sempre, eroica fino al midollo. Uno partito dal nulla, da un paesino gallese, Rhyl, 23 mila abitanti, folgorato sotto al palco da Johnny Rotten e votato per sempre alla musica, utilizzata solo e soltanto per messaggi di speranza, forza, riscossa, con quella che in anni cinici come quelli passati tanti hanno scambiato per retorica, mentre era l’essenza, la natura stessa di Mike, esibita con coerenza sempre, fino all’ultimo giorno e all’ultima nota. Insomma lo avete capito, questa non è una recensione di un disco, è un addolorato addio a una persona speciale. Ma non deprimetevi: se ascolterete “Transformation” la tristezza vi scivolerà via in un attimo, alzerete il pugno e griderete anche voi.