La stagione leggendaria del dark sound e della cinematografia oscura italiani degli anni ‘70 è stata più volte trattata su queste pagine.

Ciò non è casuale e nemmeno legato solo a una questione di gusti, semplicemente è una “storia” talmente importante che non può essere trascurata.

Alla base di tutto c’è un paradosso: nonostante negli anni ‘70 l’unico intrattenimento serale fosse la televisione di Stato, rispetto alle miriadi di canali attuali, la qualità messa a disposizione del pubblico era elevatissima, ben lontana dalle nefandezze odierne; in quel contesto hanno fatto epoca diversi sceneggiati in più puntate che spesso trattavano temi esoterici, oscuri, misteriosi, fantascientifici e, in taluni casi, horror, le cui atmosfere arcane erano ulteriormente accentuate dal rigoroso bianco e nero e da colonne sonore che sono diventate classici, unendosi al contesto della cinematografia “da paura” italiana.

Parecchio tempo dopo, un ensemble di musicisti della scena genovese, attratti da questo contesto ambientale e sonoro, hanno deciso di riunirsi sotto il moniker L’Ombra Della Sera (nome della statuetta etrusca in “Ritratto Di Donna Velata”), dando alla luce un album omonimo nel 2012 che è finito fuori catalogo in men che non si dica, nonostante sia stato stampato anche in Giappone, a conferma dell’amore nipponico per la musica dark e prog italiana.

La band nasce nell’ambito de La Maschera Di Cera, uno dei tanti progetti che hanno come protagonista Fabio Zuffanti, bassista, compositore, giornalista e scrittore, animato da talento e passione, qui insieme ad Agostino Macor, poliedrico tastierista.

Le basi per questo ritorno vengono gettate nel periodo del ProgFest Porto Antico di Genova del 2024, quando, durante le due serate, si esibiscono prima come La Maschera Di Cera e il giorno dopo nelle vesti de L’Ombra Della Sera, con la complicità di Massimo Gasperini di Black Widow Records.

Tuttavia, invece che per una mera ristampa dell’album del 2012, si opta per la reincisione dei brani ivi presenti con la formazione attuale, cui ne sono stati aggiunti di nuovi, dando alla luce un’opera ambiziosa e di sicuro valore, con i musicisti che assumono pseudonimi presi dai personaggi delle trame interpretate.

Le atmosfere oscure e inquietanti, rese celebri da maestri come Enrico Simonetti, Berto Pisano, Riz Ortolani,… vengono rielaborate ed arricchite di una vena prog che palesa influenze da King Crimson, Van Der Graaf Generator, Genesis,… oltre che dalla scena italiana dei ‘70, cui il cantato di Alessandro Corvaglia e il talento di Martin Grice hanno attribuito ulteriori soluzioni compositive.

Fantastico il crescendo di “Albert e l’uomo nero” (1976), cui i fiati di Martin donano un quid in più, perfetto per descrivere le paure del bambino Albert.

Orchestrazioni dettate dal mellotron e spunti variegati di synth dominano le splendide melodie di “Gamma” (1975), rappresentando mirabilmente le inquietudini di Jean Delafoy.

Il connubio tra i fiati e le tastiere di “Ritratto di donna velata” (1976), permette di addentrarsi nel mistero generato dalla somiglianza tra Elisa e un dipinto settecentesco.

Progressive sinfonico per i racconti fantastici di “Fantastic fly” (1979), in cui sono stati rielaborati alcuni testi di Edgar Allan Poe.

I temi fantascientifici di “A come Andromeda” (1972) sono interpretati da uno space jazz prog d’autore, con ancora Martin Grice sugli scudi, dapprima con il flauto e verso il finale con un acidissimo sax.

La vena jazz continua su “La traccia verde” (1975), con la sezione ritmica che crea l’ambiente adatto per le divagazioni di sax e tastiere.

Con “La ballata di Carini” (1975) ci si addentra in un mondo siciliano ammantato di mistero, andando a celebrare un altro capolavoro della filmografia del periodo, con le parti cantate da Corvaglia che ne rispettano l’inflessione dialettale, mentre la parte strumentale si traduce in un crescendo maestoso di prog sinfonico.

“Le venti giornate di Torino“ (1977) si traducono in una suite suddivisa in otto parti, nelle quali emerge il repertorio dark prog della band, perfetto per esprimere la drammaticità generata da una misteriosa epidemia di insonnia collettiva… davvero un gran pezzo.

“Cento campane” (1971) è tratta da “Il Segno Del Comando”, altro capolavoro della letteratura e della cinematografia gotica noto ai lettori di queste pagine, qui eseguita con classe e pathos.

Le note del sax introducono “A blue shadow” (1974) che con le sue sinfonie oscure e allucinate va a chiudere alla grande l’album, confermando una band costituita da musicisti di livello superiore e il fatto che il dark sound italiano odierno è assolutamente degno dell’epoca d’oro.

Complimenti alla Black Widow Records che in pochi mesi ha pubblicato due opere eccellenti nel genere, questo “Segreti In Nero” e “Voci Notturne”, split di Expiatoria / Il Segno Del Comando,, di cui abbiamo parlato qualche settimana fa (clicca sul link colorato per leggerne la recensione).

Band:

Jean Delafoy (Agostino Macor) – pianoforte, synth, mellotron, piano elettrico, clavicembalo, theremin, orchestrazioni

Philippe Dussart (Fabio Zuffanti) – basso, effetti, chitarra

Marco Tagliaferri (Alessandro Corvaglia) – voce, organo, pianoforte, mellotron, clavinet, piano elettrico, solina

Thomas Norton (Andrea Orlando) – batteria, percussioni, xilofono

Edward Forster (Martin Grice) – saxofoni, flauto traverso

Tracce:

  1. Albert e l’uomo nero
  2. Gamma
  3. Ritratto di donna velata
  4. Fantastic fly (Racconti Fantastici)
  5. A come Andromeda
  6. La traccia verde
  7. La ballata di Carini (L’Amaro Caso Della Baronessa Di Carini)
  8. Le venti giornate di Torino
  9. Cento campane (Il Segno Del Comando)
  10. A blue shadow (Ho Incontrato Un’Ombra)