Nel mondo del rock, non sono solo i musicisti a dover essere celebrati, ma anche altri eroi meritano il giusto spazio per evidenziare quanto hanno contribuito alla loro passione e a quella di tante persone, soprattutto discografici e gestori di locali.
A tal proposito Back In Rock ha avuto l’onore di scambiare due chiacchiere con Giamprimo Zorzan, fondatore e titolare del music club “Il Giardino”, situato a Lugagnano in provincia di Verona.
Ecco cosa è venuto fuori.
Partiamo da te, Giamprimo, come è nata la tua passione per la musica e come si è evoluta?
La mia passione per la musica è nata quando avevo dieci o undici anni con le canzoni che uscivano da Sanremo e al negozio di cartoleria del mio paese si acquistavano i 45 giri; all’epoca presi i dischi di Little Tony, di Bobby Solo e, soprattutto, di Rokes e Pooh. Ma fu nel 1969, a dodici anni, che ebbi quella svolta che cambia la vita: un amico mi fece ascoltare “Ad Gloriam” de Le Orme e quel disco cambiò irrimediabilmente il mio gusto musicale; da quel momento, per me ragazzino esisteva solo il gruppo di Aldo Tagliapietra e company.
Ti ricordi il primo disco che hai acquistato con i tuoi soldi?
Se parliamo di 45 giri, “Bisogna Saper Perdere” dei Rokes, mentre come album “L’Aurora Delle Orme”.
Il tuo musicista/cantante preferito? Perché?
Mi devo ripetere e dico Le Orme, che ho amato dal primo ascolto.
Un regalo ai nostri lettori: una band del passato per te ingiustamente poco conosciuta e una nata in questo millennio, anche famosa, che ami?
Gli Spettri, una band che non conoscevo e che abbiamo ospitato due volte prima del 2020, quando, purtroppo, è venuto a mancare prematuramente uno dei fondatori, il bassista Vincenzo Ponticello; li ho fatti conoscere a molte persone che non sapevano chi fossero e che hanno iniziato ad amarli. Come band del terzo millennio mi vengono in mente solo i Cheap Wine che propongono un rock originale e fantastico, anche se sono nati un po’ prima, nel 1997, e che facciamo suonare regolarmente ogni anno.
Cosa facevi prima di dedicarti a Il Giardino?
Ho sempre avuto e ho tuttora, anche se sono in pensione, una ditta artigianale che opera nel settore di allestimenti fieristici.
Cenni storici sul locale; com’era impostato e come è oggi?
Grosso modo il club è sempre stato cosi, come lo immaginavo: un posto non grande, ma caldo e accogliente, in cui la musica doveva essere la sola protagonista; negli anni ho cambiato soprattutto il palco, ingrandendolo e avendo un occhio di riguardo specialmente alla qualità delle proposte più che all’arredamento. Lo immaginavo come un locale degli anni ‘70 dove si andava esclusivamente per ascoltare buona musica.
Qual è stata la spinta che ti ha portato a mettere su un locale per concerti, soprattutto in Italia?
Non pensavo di mettere su un music club, bensì a una taverna per amici con serate musicali; invece, poi mi sono fatto prendere la mano ed è diventata quasi una sfida, quella di far suonare sotto casa mia i miei idoli da giovane e direi che ci sono riuscito. Non conoscevo la situazione italiana dei locali live e ho sempre pensato che se a monte c’è tanta passione, poi i fatti devono dare ragione.
Il primo concerto organizzato nel locale?
Il primo concerto è del 2 gennaio 2001, con la Morblus Band e Tolo Marton, ma era ancora un garage, il primo “vero” show nel locale odierno è stato con il bluesman americano Eric Bibb nel 2004 e fu da allora che cominciai a farmi conoscere e non solo in Italia.
Quali sono i musicisti, i gruppi e/o gli artisti che ti hanno dato più soddisfazione.
Citarli tutti è impossibile, tralasciando Le Orme che sono il mio gruppo preferito da sempre, sicuramente gli Osanna, forse la prog band italiana che più si è evoluta negli anni, ospite regolarmente ogni anno e con cui è nata una bella amicizia, tanto che per noi è stato un grande onore quando ci hanno proposto di registrare qui lo stupendo doppio live “Pape Satàn Aleppe”. Poi stando sugli artisti italiani, i due concerti in acustico di Vittorio De Scalzi, le stupende performance de Il Biglietto Per L’Inferno e i concerti di Gianni Leone con Il Balletto Di Bronzo. Seppur non propriamente rock, va citato un concerto memorabile di Simone Cristicchi nel 2023, addirittura commovente. Per quanto riguarda gli stranieri: sicuramente gli Stick Men di Tony Levin che abbiamo ospitato sette/otto volte, poi Carl Palmer con il suo trio, Martin Barre, … ma quelli memorabili sono stati il concerto in acustico di Peter Hammill e il concerto degli Walkabouts. Molti altri di altissimo livello, penso alle varie situazioni che gravitavano attorno a David Jakson, poi gli Yardbirds, The Pretty Things, Pavlov’s Dog, Pendragon, Arena, IQ e Magenta.
Quali invece quelli che ti hanno deluso e che non faresti suonare mai più?
Poiché questa è un’intervista non privata, preferisco non rispondere a questa domanda, qualcuno ci resterebbe male e questo non voglio che accada.
Lasciando stare le utopie, quali sono le band che avresti voluto far suonare e, per motivi vari, non sei riuscito a farlo?
Visto che amo i Jethro Tull e avendo avuto al club molti componenti della band, perfino Mick Abrahams, avevo messo sul piatto una bella cifra per coinvolgere Ian Anderson in trio acustico, ma non ci sono riuscito. Poi l’unica grande band prog italiana che non ho ancora avuto è la P.F.M., invece è stato bellissimo il concerto del dicembre scorso con il Banco in versione acustica.
Credo che per organizzare musica dal vivo in Italia occorrano passione, vocazione e tanto coraggio; parlaci delle difficoltà che hai incontrato.
Inizialmente non è stato facile, c’era tanta passione, ma anche tanta spregiudicatezza, non facevo bene i conti e per fortuna il mio lavoro mi ha aiutato in questo. Il Giardino non è stata la mia occupazione principale, come non lo è tuttora, bensì una passione costruita negli anni e questo mi ha permesso di superare momenti non facili. Sicuramente, per chi gestisce un locale di questo tipo come unica attività non è assolutamente facile. Un consiglio che do a chi pensa di lanciarsi in un’avventura tipo questa, è di far sempre pagare un biglietto d’ingresso, anche se a basso costo, e dare spazio soprattutto alla musica e non alla ristorazione, sono pochi ormai in Italia i locali adibiti solo a questa. C’è anche da sottolineare che la nostra cultura musicale non è pari a quella dei paesi del nord Europa, dove molti artisti italiani vengono spesso ospitati ed è per questo che riescono a sopravvivere.

Fermo restando i tuoi meriti, quali sono le persone che ti hanno supportato maggiormente in questa impresa?
In primis mia moglie che non mi ha mai ostacolato, neanche nei periodi non facili, eppoi gli amici che gratuitamente e per passione mi sostengono costantemente: Millerio, Pablo, Gabriel, Luciano, oltre a Daniele e Leonardo, nostri tecnici insostituibili e vere colonne del club.
La tua famiglia ha sempre condiviso le tue scelte?
Direi di sì, anche se qualche volta le discussioni non sono mancate, ma alla fine abbiamo sempre trovato un accordo.
Prossimamente, quali sono le sorprese e i progetti che riserverà il Giardino Music Club?
Sorprese grosse una sola. Si tratta di un gruppo che a tutti noi de Il Giardino è rimasto nel cuore da quando l’abbiamo proposto per la prima volta circa quindici anni fa: i Magenta. Sto cercando di portarli qui in ottobre e sono a buon punto, mancano solo pochi dettagli, Per l’occasione presenteranno il loro nuovo disco, bellissimo.
Che consiglio daresti ad altri appassionati che ancora si sbattono per organizzare eventi in Italia? Per esempio, ai tuoi amici della Black Widow Records.
Al giorno d’oggi è estremamente difficile proporre la musica che piace a noi, primo perché le nuove generazioni non si accostano a questo genere troppo impegnativo, poi i vecchi nostalgici preferiscono i gruppi storici che li hanno accompagnati da giovani e che non hanno mai abbandonato; ricordo benissimo quando negli anni 70 andavo ad ascoltare i gruppi di musica prog, il pubblico non era mai numeroso, anche per i nomi importanti, tanto che probabilmente Le Orme e la PFM fanno numeri maggiori adesso; però i nuovi gruppi di musica prog che considero degli eroi, purtroppo non hanno seguito e quindi è difficile proporli. Il consiglio è di puntare su band “importanti”, anche se costose pagano sempre, avvicinando loro qualche nuova proposta, così da farla conoscere. Oppure puntare su una band di qualità in cui si crede veramente, come è successo per noi con gli austriaci Blank Manuskript e martellare finché il pubblico non comincia ad apprezzarli. Circa dodici anni fa al club c’erano venti persone, adesso riempiono il locale.
“Ma Questo E’ Un Garage” è il libro che hai scritto, cosa ci dici a riguardo.
Non è la storia del club, ma ho voluto parlare degli artisti che mi e ci hanno dato qualcosa di loro, che hanno respirato la passione che avvolge il nostro locale e che quindi ne hanno fatto poi parte.
Cosa rispondi a chi afferma che il rock è morto?
Come può essere morto il rock quando ancora un’intera generazione lo ascolta e cerca di trasmetterlo, se non a tutti, almeno ai figli. Semmai morta ancora prima di nascere è la maggior parte della musica che trasmettono ora, dura una stagione, se va bene, poi va nel dimenticatoio. Come si può pensare che i brani scritti da Peter Gabriel nei Genesis o le storie scritte da Ian Anderson possano morire? E’ come dire che muoiono i Beatles, i Rolling Stones, i Pink Floyd di Barrett, i Queen o Bob Dylan, questi sono eterni come Bach e Beethoven.
Ci consigli un paio di libri e/o biografie inerenti la musica che hai apprezzato e che dovremmo leggere anche noi, oltre, naturalmente, al tuo.
Mi è piaciuto molto il libro di Aldo Tagliapietra “Le Mie Verità Nascoste”. Poi, tornando un po’ indietro, “Non So Che Viso Avesse” di Francesco Guccini.
Grazie per la disponibilità, Giamprimo, spero di incontrarti presto a Il Giardino.
Il Giardino Music Club
via Cao del Prà, 82, Lugagnano (VR), 37060
Informazioni di contatto: +39 348 535 8957 // [email protected]
Pagina Facebook del locale: https://www.facebook.com/ClubilGiardino
Sito del locale: https://www.clubilgiardino.org/
