Finalmente, tra le tante proposte che alimentano la scena internazionale dalle tinte grigio/nere, ecco una band che lascia la comoda culla del gothic/rock metal 2.0 optando per un approccio più adulto e, perché no, competente.

Gli Artificial Heaven arrivano da Roma con una proposta che segna un ritorno al dark rock degli anni ottanta, rivisto però in chiave più moderna senza dimenticare tutto quanto ha attraversato il genere dagli anni novanta in poi; la band vede tra le proprie fila una vecchia conoscenza dell’underground capitolino, quel Federico Venditti che, con i suoi Witches Of Doom, aveva regalato tre lavori bellissimi tra cui il più conosciuto è l’ultimo “Funeral Radio”, uscito nel 2020, benchè “Obey”, l’esordio risalente a sei anni prima, rimanga un’opera di livello elevatissimo.

La storia recente vede il chitarrista romano archiviare la precedente band e formare questa nuova realtà che si avvale di altri tre musicisti di spessore quali Fabio Oliva (voce), Lorenzo Valerio (batteria) e Stefano Romani (basso).

“Digital Dreams” consta di undici brani che spaziano tra varie fonti di ispirazione del quartetto capitolino senza lasciare spazio a scontati stratagemmi compositivi; infatti, gli Artificial Heaven tracciano una linea profonda che unisce il dark rock dei gruppi che hanno fatto la storia del genere (Fields Of The Nephilim, Sister Of Mercy, The Misfits, Killing Joke, The Cult) a quelli della successiva generazione (Type O’ Negative, The 69 Eyes) conducendolo nel nuovo millennio.

L’ottima prova di Oliva al microfono(con un timbro vocale che risulta un mix tra Eldritch, Jirky e Pelù) valorizza questa raccolta di brani che lascia ad altri le ruffianerie modaiole di stampo nordeuropeo per ergersi come portavoce del verbo dark/gothic del passato.

Partendo dall’opener “Fall Away” si entra nel mondo digitale evocato dell’album (si tratta in parte di una sorta di concept sui danni causati dal web) in un modo che ha del romantico; la band offre il dark rock così come va fatto, niente di più niente di meno, ma tutto ciò viene eseguito nel migliore dei modi, tanto che il susseguirsi di brani melodici e decadenti aprono quelle porte temporali che il nuovo gothic metal ha chiuso a doppia mandata.

Stupendo e geniale il tributo a Morricone con “Ennio” (seguito dalla splendida “Automatic Love”) chericollega la memoria a quella “The Harmonica Man” che apriva “Dawnrazor”, capolavoro dei Fields Of The Nephilim, mentre la cover di “Russian Roulette” dei leggendari Lords Of The New Church fornisce, se ce ne fosse ancora bisogno, la dimensione e l’approccio fuori dal coro della band romana, interprete convincente di quello che è ancora oggi il vero e solo dark sound. Applausi.