Per questo quarto album i francesi Slift approdano alla prestigiosa Sub Pop, confermando una crescita non solo artistica, ma anche di fama e considerazione di critica ed addetti ai lavori.

Lo stile del trio di Tolosa impasta stoner, doom e psichedelia, in una mistura originale, riportando alla luce non solo Kyuss, ma anche Voivod, Hawkwind e Tool, in un gioco a rimbalzo tra passato e futuro, con rimandi heavy e progressivi.

Il muro del suono di chitarre catramate, si avvinghia ad una ritmica poderosa, che sa mettersi da parte se è necessario dare spazio alle strutture melodiche, ma che torna in scena energica quando il proscenio è destinato alla forza. Nei lunghi otto brani di “Ilion” gli Slift mettono in scena quanto di meglio il nuovo heavy psichedelico possa offrire. In ogni pezzo si coglie qualcosa di ancestrale, come se un’energia cosmica aliena facesse da carburante al susseguirsi degli accordi.

I fratelli Jean (chitarra, synth, voce) e Remí Fossat (basso) con l’amico Canek Flores (batteria), con “Ilion” si confermano, anzi incrementano il ruolo conquistato sin dall’eccellente “Ummon”, per me uno dei dischi più importanti del 2020, ovvero quello di essere i nuovi corrieri dello space rock del terzo millennio.

Non c’è un solo attimo inutile nell’ora abbondante di questo album, ma se dovessi scegliere un solo pezzo per illustrare la perdetevi nel fiume bollente di “Weavers’ Weft”, una trama ardita, come da titolo, tessuta su accordi incandescenti.

Con “Ilion” gli Slift firmano un album imponente e sontuoso, che segnerà indelebilmente le classifiche di questo 2024. La mia di sicuro.