Nuova release solista per il biondo bassista dei Guns n’Roses che, forse per staccare dai mastodontici impegni con la band madre, di tanto in tanto sente il bisogno di far esplodere la sua personale vena creativa.

Quarto disco composto da 12 pezzi scritti prevalentemente nel lungo periodo di pandemia vanno a comporre un album molto più variegato rispetto al precedente “Tenderness” del 2019.

Niente rivoluzioni musicali, nessuna necessità monetaria;  il disco che andremo ad analizzare nient’altro è che il bisogno di un musicista di fare ciò che sa fare meglio libero da costrizioni cui sicuramente nella band madre è costretto a sottostare.
Il disco rispetto al precedente è un continuo roller coaster di sonorità e mood, a tratti cantautorale/folk, a tratti, anche se in misura decisamente minore, molto più punkrockeggiante.



Andiamo quindi ad analizzare un po’ meglio cosa ci offre il disco solista del buon Duff.
Il trittico iniziale composto dalla titletrack “Lighthouse”, più un intro al disco che un pezzo al 100%, non lascia presagire grandi cose.

Segue però la bella “Longfeather” che ricorda molto un Bon Jovi degli anni 2000 ma di buona fattura e gli fa eco, anche se molto meno ispirata, la terza traccia, quella “Holy Water” un po’ più musicalmente sporca e più scanzonata, quasi adolescenziale nel testo.
L’incedere del disco non è certamente dei migliori ma la quarta traccia “I Saw God On 10th Street” fa tirare un sospiro di sollievo. Il pezzo parte in acustico ma con un piglio già diverso alzando il wattaggio in una bel crescendo elettrico poco punk ma molto rock ‘n roll.
Si torna a sbadigliare con “Fallen” e “Forgiveness” (la seconda con un bell’arpeggiato di chitarra dal gusto vagamente southern molto sognante) pezzi decisamente dimenticabili e si rialza il tiro con “Just Another Shakedown” dal gusto punkeggiante come il buon Duff comanda.

La successiva “Fallen Ones” riprende nei toni musicali il discorso di “Fallen” e “Forgiveness” risultando però nel complesso decisamente più apprezzabile. E qui partono i dolori veri.

Sì, quelli veri perché le ultime tre tracce sono affidate agli ospiti del disco ossia Slash, Jerry Cantrell, e “l’iguana” Iggy Pop, mostri sacri che dovrebbero alzare la quota qualitativa finale del disco.
Siamo però purtroppo di fronte ad un grosso spreco di qualità artistica in quanto “Hope”, il pezzo con Slash, con un Duff a tratti un po’ in affanno (quasi a sottolineare quanto il pezzo non sia nelle sue corde), suona sicuramente più  adatto alla carriera del ricciolone con la tuba sulla testa in compagnia di Myles Kennedy peraltro senza lasciare nessuna traccia di un qualcosa di vagamente entusiasmante. Il riffing e il solo sono un marchio di fabbrica distinguibile alla prima nota ma il pezzo in generale è sufficiente e poco più
Pensare che dei tre ospiti il pezzo con Slash è di gran lunga il migliore non lascia molte speranze.
I Just Don’t Know” in collaborazione con il concittadino Jerry Cantrell, chitarra e mastermind degli Alice In Chains, è un pezzo praticamente totalmente acustico veramente dimenticabile.
Il peggio deve ancora arrivare perché l’icona Iggy Pop si limita a recitare un sermone riprendendo alcune sprazzi della strofa della titletrack con una convinzione e un trasporto paragonabili ai risvegli di noi comuni mortali alla sveglia del lunedì mattina.

Tutto l’album suona forse un po’ troppo di mestiere, la puzza di pezzi quasi mai esaltanti e purtroppo derivativi pervade un po’ tutto il disco.

In definitiva si può benissimo dire che è un disco che si lascia ascoltare, scivola a tratti abbastanza bene ma è un saliscendi continuo di sonorità e il tutto sembra penalizzare e non poco la resa finale del prodotto. Il precedente “Tenderness” suonava praticamente tutto cantautorale, ma oggettivamente più centrato e con una resa qualitativa finale decisamente maggiore.

Sfogo artistico che rasenta la sufficienza e nulla più, con l’handicap di un mancato sfruttamento di ospiti illustri chiamati per un risicato compitino a tratti insufficiente.