Nel 2022, in occasione dell’uscita di “Banefyre”, avevamo parlato dei britannici Crippled Black Phoenix, decantandone versatilità e qualità, a fronte della loro ricchezza produttiva, articolo cui rimando per dettagli biografici (clicca sul link colorato). Ora è la volta del nuovo album, con il quale, se fosse mai stato possibile, il gruppo di Justin Greaves alza ulteriormente l’asticella e ci regala un’opera di altissimo livello. Justin, principale compositore e vero deus ex machina della band, come di consueto, coordina una pletora di musicisti che, a seconda delle esigenze compositive, mette il proprio talento al servizio di un risultato finale eccellente. Impossibile identificare il genere dei Crippled Black Phoenix, dato che si muovono con disinvoltura, tra psichedelia, darkwave, post rock, prog, metal, folk,… ma, in fin dei conti, è necessario? Il trait d’union dei loro brani, oltre all’indole psych, sono le atmosfere crepuscolari ben rappresentate dalla fantastica cover, in cui una porzione di luna chiara con un profilo umano in bilico tra ironia e malinconia si staglia su un fondo scuro. Nella versione limitata in vinile, la copertina apribile racchiude un popup che aprendosi innalza un sipario teatrale pronto ad accogliere la loro rappresentazione in musica. “Sceaduhelm” è un termine anglosassone arcaico, composto da “sceadu”, che significa ombra, e “helm”, che vuol dire elmo, protezione, copertura; quindi, letteralmente, un elmo d’ombra metaforico che identifica protezione all’interno di un mondo ostile e nefasto. Il caleidoscopio musicale dell’album si evince già dal primo pezzo, “One man wall of death”, che parte con un arpeggio di chitarra reiterato per poi proseguire con un graduale aumento di intensità, in cui si evincono elementi psichedelici, dalle voci dialoganti in sottofondo fino all’ambientazione pinkfloydiana finale. “Ravenettes” è il singolo di presentazione, in cui la psichedelia incontra un rock energico a base di garage con alcune spruzzate punk, mentre la voce di Belinda Kordic si esprime in forma sacrale. Un arpeggio misto a effetti psych introduce “Things start falling apart”, brano che si sviluppa in crescendo, mixando rock, ambient e psych, a ricordare certi Solstafir, con linee vocali che sembrano arrivare da altre dimensioni. Gli otto minuti e mezzo di “No epitaph / The precipice” nella parte iniziale esibiscono una veste elettroacustica alla Neil Young, corredata da una voce da crooner che ricorda Mark Lanegan e Nick Cave, dilatandosi senza limiti di tempo e spazio fino a confluire in un sinfonismo lisergico maestoso e arrembante che va a chiudere un brano totale. I paesaggi spaziali descritti dalla strumentale “The void” palesano Pink Floyd e Hawkwind come innegabili influenze, mentre “Hollow’s end” gioca sul contrasto tra la ruvidità della parte strumentale, con elementi post punk e industrial alla Killing Joke, e la soavità delle linee vocali femminili. Ritmiche marziali, ancora afflati industrial, atmosfere crepuscolari e un cantato delicato caratterizzano “Dropout”, cui segue “Vampire grave”, un brano stupendo, diretto e potente, dove ancora Ryan Patterson si esprime con timbrica profonda, calda e drammatica, andando su tonalità che, oltre ai già citati Lanegan e Cave, ricordano anche Glenn Danzig. Il post rock di “Colder and colder” si fa man mano sempre più avvolgente, mentre le liriche robotiche della prima parte lasciano spazio a una coralità contagiosa e solenne nella seconda. In “Under the eye”, la commistione ambient, folk e psichedelia predispone il substrato sonoro su cui Belinda Kordic offre una prestazione magistrale, con una timbrica sofferta e fascinosa che porta alla mente la compianta Marianne Faithfull, artista e musa del rock anni ‘60 e ‘70. La gemma “Tired to the bone” inizia in ambito folk e prosegue con un crescendo, nel quale voci suadenti si convertono in una coralità maestosa che disegna ambientazioni cinematografiche. La chiusura è col botto, infatti “Beautiful destroyer” tiene fede al titolo e presenta un brano dalla bellezza distruttiva e assoluta, in cui potenza, profondità, ritmiche tribali, spunti doom, sinfonie oscure e un affascinante doppio cantato vanno a determinarne la vera essenza progressiva. I Crippled Black Phoenix sorprendono ancora e dimostrano quanto l’underground inglese sia lontano dall’esaurire la propria capacità di produrre opere importanti.

Band:
Justin Greaves – chitarre, batteria, samples, mellotron su 4, synths su 4-12, kaossilator su 7
Wes Wasley – basso
Belinda Kordic – voce su 2-6-10-11-12, cori su 8, percussioni su 9
Ryan Patterson – voce su 4-8-12
Lucy Marshall – piano su 1-9-10, synths su 5-6-7-8, hammond su 10
Justin Storms – voce su 3-9
René Misje – chitarra su 4-7-10
Andy Taylor – chitarra su 4-5-10
Iver Sandøy – percussioni su 4-10
Robin Tow – percussioni su 8-10-12
Tracce:
- One man wall of death
- Ravenettes
- Things start falling apart
- No epitaph / The precipice
- The void
- Hollow’s end
- Dropout
- Vampire grave
- Colder and colder
- Under the eye
- Tired to the bone
- Beautiful destroyer