Parto da un dispiacere, che come apertura di una recensione entusiasta è quantomeno bizzarra, ma tant’è. Dei Noveria non sapevo niente, e intendo niente sul serio, fino al momento in cui questo disco non mi è arrivato fra le mani con la richiesta di scriverci sopra qualcosa. Siamo al quinto album, quindi non ho nemmeno l’alibi della band appena uscita dalla sala prove: me li sono persi per strada, e me li sono persi nel modo più stupido che ci sia, cioè per saturazione. Ormai il cinema funziona così: ogni etichetta ti presenta il proprio prodotto come la cosa più bella incisa da quando esiste il cilindro di cera e siccome lo strillone in oggetto è uguale per tutti, arrivato alla milleduecentesima uscita dell’anno il filtro ti si alza da solo per pura sopravvivenza. Peccato che sotto quel filtro finiscano anche le perle. La colpa non è certo della band, che il suo lavoro l’ha fatto e l’ha fatto benissimo, ma di un’abitudine che a forza di gridare al capolavoro ha svuotato la parola di qualunque significato. Chiuso il preambolo, veniamo al disco. Becoming After mi ha folgorato, e uso il verbo pensando allo spavento più che all’entusiasmo: è un album mostruoso, completo, suonato con una maestria che a tratti diventa quasi imbarazzante per chi ascolta, perché ti obbliga a fare i conti con la mole di lavoro che ci sta dietro. C’è una parure di suoni, di colori e di finezze che al primo ascolto mi ha lasciato sbigottito, e mi ha fatto tornare quella brutta abitudine di riavvolgere di venti secondi per capire cosa diavolo fosse quella piccola cosina lì in fondo al mix. Chi mi segue su Back In Rock sa che difficilmente mi metto a stroncare qualcosa, e non per buonismo: adoro la scoperta, adoro le soluzioni nuove, adoro chi si mette in gioco pur sapendo quanto costa in tempo, in soldi e in nervi. Ci sono di mezzo anch’io, non lo nego, e questo mi rende probabilmente più indulgente della media. Proprio per lo stesso motivo, però, quando mi capita fra le mani qualcosa di pazzesco ho il dovere di dirlo chiaro, altrimenti l’indulgenza diventa semplice rumore di fondo e non serve più a nessuno. Il prog, va detto, resta uno dei generi più ostici in circolazione, e chi lo ascolta abitualmente lo sa: chiede tempo, chiede attenzione e spesso ti fa aspettare tre minuti prima di concederti qualcosa. Il rischio è sempre lo stesso, cioè che la dimostrazione di bravura si mangi il pezzo e ti lasci stupito e contemporaneamente del tutto indifferente. Qui succede il contrario. A metà disco ti accorgi di esserti dimenticato che stai ascoltando del prog e continui semplicemente ad ascoltare canzoni, con ritornelli grossi come una casa, riff incredibilmente incisivi e atmosfere da colonna sonora, dove la tecnica c’è tutta ma sta al servizio del brano invece di sfilargli davanti. Questo album lascerà il segno anche in chi il genere non lo mastica e a chi per il prog non ha mai provato un amore viscerale e riuscirci senza annacquare niente è cosa rara. Sul piano tecnico mi tocca spendere due parole in più del solito (deformazione professionale): il disco è scritto, prodotto, mixato e masterizzato da Francesco Mattei nel suo Underworld Studio, quindi autoproduzione integrale, e il risultato è di quelli che scoraggiano parecchio chiunque passi le giornate dietro ai monitor a litigare con un mix. Le orchestrazioni sono corpose senza mai togliere aria alle chitarre, la voce sta esattamente dove deve stare e soprattutto il disco respira, cosa tutt’altro che scontata in un ambito dove la tentazione di riempire ogni singolo spazio è ormai una malattia professionale. Gli ospiti, poi, non stanno lì per abbellire la conferenza stampa: Mike Moran, che conosciamo bene nel contesto di Freddie Mercury e di Ozzy Osbourne, siede al pianoforte in “Through Your Light”, mentre Mistheria, che di curriculum ne ha da vendere fra Bruce Dickinson e Vivaldi Metal Project, firma le tastiere di “Cold Flames”. La scelta che mi ha fatto più piacere, però, è un’altra: gli archi sono veri, arrangiati e suonati da Abigail Stahlschmidt al violino e da Luca Basile al violoncello. In un genere dove il preset “strings” è la scorciatoia più percorsa del pianeta, sentire un archetto che si muove davvero cambia il peso specifico di interi passaggi e lo si nota anche senza cuffie da studio. Merita una sincera considerazione pure la copertina, se non altro perché la firmano Bianca Gambrioli e Paolo Conte, che nel disco siede anche dietro le pelli: si vede, ed è un vantaggio, perché immaginario visivo e immaginario musicale nascono nella stessa testa invece di incontrarsi per la prima volta il giorno della stampa del disco. I testi, dal canto loro, seguono un filo conduttore che il titolo dichiara apertamente. Si parte con “The Only Way”, stoccata piuttosto diretta ai reel infiniti e all’abitudine di guardare la vita da dietro un vetro anziché toccarla con le mani, si passa per “Convicted To Rise” e “Cold Flames”, dove le ceneri diventano materia prima, mentre “Echoes From The Abyss” attraversa il buio senza la solita retorica della battaglia e anzi finisce per farci pace. “The Viper’s Nest” regola dei conti con qualcuno che evidentemente se lo merita, Heavenfall è la maschera che cade davanti allo specchio e chiudono “Radiance” e la title track strumentale, che invece di fare da semplice coda mette il punto dove andava messo. Se i Noveria vi erano sfuggiti come erano sfuggiti a me, prendete questa recensione come un invito a rimediare, magari partendo da qui per poi risalire la corrente come i salmoni. Chi ha consumato dischi di Dream Theater, Symphony X, Kamelot, Nevermore ed Evergrey trova pane per i suoi denti, con in più una personalità che non sta rincorrendo nessuno di quei nomi: non stupisce che quest’anno siano attesi al ProgPower USA. Non posso che dargli dieci, e lo scrivo senza il minimo imbarazzo, perché è un disco meraviglioso e perché ogni tanto conviene dirlo ad alta voce, così magari al prossimo giro non se lo perde nessuno. Voto: 10/10