Vai a fare due conti e di accorgi che gli svedesi Evergrey sono in giro da 30 anni esatti. La cosa sorprende perché agli esordi non davano l’impressione di essere una band con una personalità tale da poter reggere nel tempo e invece hanno ribaltato i pronostici e, anche se ho perso qualche loro tappa, posso dire che gli ultimi lavori sono assolutamente credibili e capaci di offrire uno stile con un’identità propria. Riff massici, ritmiche pesanti, interventi di tastiere che colorano il sound, qualche mutazione doom e un cantato pieno, che evita urla e tecnicismi, per concentrarsi sulla timbrica e sullo sviluppo delle melodie. Dopo l’intro “Welcome To The Pattern”, prendono forma undici brani che esplorano inquietudine e introspezione, mentre la dinamica “The World Is On Fire”, costruita su una melodia ricca di pathos, parla di sensi di colpa e superamento delle crepe emotive interiori. Carico di fascino il tempo martellante della title track che esplora il caos che ci avvolge ogni giorno, con l’idea di non arrendersi e il brano, imperioso e potente, sfodera proprio questo senso di orgoglio. Non siamo al cospetto di un concept, ma l’album ha un percorso comune, dove l’animo umano con le sue fragilità e la sua potenza, è al centro di tutto. “Heaven” e “The Script” messe in successione, sembrano spinte dallo stesso furore emozionale di rivalsa, e il metal pop ritmico e arioso di “Leaving The Emptiness” e “Longing” potrebbero aprire nuovi orizzonti alla band, o almeno ce lo auguriamo. Siamo arrivati in ritardo a raccontarvi di questo disco, uscito il 5 giugno, ma non informare della bellezza di “Architects Of A New Weave”, sarebbe stato delittuoso. Che bravi gli Evergrey!!
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