Siamo di fronte a autentici veterani del black prog norvegese nonché internazionale: 35 anni e 17 album in carriera, pur con numerosi cambi di formazione, costituiscono un biglietto da visita che pochi altri possono vantare, specie in un universo del metal estremo che un pochino magari ti consuma anche. Invece gli Enslaved, oltre ad essere stati e confermarsi come uno dei più sconvolgenti live act della categoria, non cessano neanche dopo tutto questo tempo e tutta questa furia di evolversi e di espandere il loro universo. È anche logico che con l’età, il tempo, la familiarità sempre più accentuata con lo strumento e con il genere musicale, non si resti staticamente ancorati ai muri di elettrica violenza e allo screaming demoniaco. Un’evoluzione è necessaria e naturale ed è quello che progressivamente gli Enslaved hanno fatto, arrivando oggi a una formula forse più prog che black, almeno in molti degli episodi proposti in questa loro nuova fatica. Ci sono tutti gli stilemi del black originale, ma poi ci sono anche parti di buon canto, perfino cori, qualche inserto tastieristico, soli di chitarra. E poi c’è il climax dell’album: quella “Spirit Helper”, che segna il contatto fra questi vichinghi e i nativi americani del Montana, in seguito alla partecipazione al festival “Fire In The Mountains”, che si svolge nei territori della nazione Blackfeet. Il vecchio Kevin Kicking Woman, anziano musicista nativo, partecipa con il suo canto sciamanico a questo brano, creando una suggestione fortissima. Il tutto sembra assolutamente naturale e centrato anche in un disco di una band vichinga del black metal ed è questo il miracolo compiuto da questa collaborazione. C’è molto altro in questo disco: “Solar Will”, Il finale di “I Miðju” con i suoi 7 minuti abbondanti, potrebbe essere il manifesto degli Enslaved attuali e prossimi venturi, mettendo insieme non come pezzi incollati artificialmente ma come un tutto molto ben amalgamato, questi diversi aspetti, dall’estremismo sonoro e canoro allo sviluppo melodico. Una combinazione di elementi che rimane la costante del disco, anche nei pezzi più brevi (comunque raramente sotto i 5 minuti) e che risulta praticamente sempre riuscita, interessante, coinvolgente. Black prog fatto con quella che potremmo definire una “furia ragionata”.
