Armored Saint, per chi scrive uno dei più grandi gruppi heavy metal di tutti i tempi. Hanno sfiorato la gloria, l’avrebbero meritata più di altri, ma la sfortuna e il senso dell’amicizia hanno inciso diversamente, senza però impedir loro di raggiungere lo status di band da culto imperituro, magari non sulla bocca di tutti, sicuramente nel cuore dei veri amanti della musica heavy. Nascono nel 1982, anno in cui esordiscono con la partecipazione su “Metal Massacre II”, secondo capitolo di una serie di compilation fondamentali per l’ondata metallica americana dei primi anni ’80 e non solo. L’anno successivo, con il minilp omonimo, anticipano un trittico di fantastici album che escono tra il 1984 e il 1987, accrescendone la fama e il livello delle vendite, in vista del finale del decennio più prolifico dal punto di vista commerciale per l’hard’n’heavy. Purtroppo, il destino è beffardo e nel momento clou, Dave Prichard, uno dei due chitarristi, si ammala di leucemia, impedendogli di suonare; gli altri, per puro senso di amicizia, lo aspettano, sperando in un miglioramento che non c’è. Quando Dave passa a miglior vita nel 1990, la band riprende la sua attività con il nuovo chitarrista Jeff Duncan e l’anno seguente pubblica uno dei suoi capolavori, “Symbol Of Salvation”, ma i giochi sono fatti, il mercato da classifica si è orientato su altri lidi e i nostri fino al 2010 pubblicano un solo album, “Revelation” (2000). Sono gli anni in cui due membri della band, il cantante John Bush e il bassista Joey Vera, toccano vertici di notorietà più elevati, infatti, dopo essere stati entrambi vicini ai Metallica negli anni passati, il primo entra negli Anthrax in sostituzione di Joey Belladonna e il secondo va a formare una sezione ritmica eccezionale con Mark Zonder nei Fates Warning. Nel 2010 gli Armored Saint si rimettono in pista e con “La Raza” pubblicano un altro grande lavoro, riprendendo di fatto un percorso che prosegue ancor oggi con il nuovo “Emotion Factory Reset”. Si tratta di un album che presenta il dna del santo armato, fatto di un heavy potente, diretto, variegato, con la voce di John Bush sempre unica e riconoscibile, ma, soprattutto, costituito da undici brani che funzionano e lasciano il segno. Come d’abitudine, il titolo è originale e in questo caso vuole rappresentare il fatto che quando compongono nuovo materiale, resettano e cominciano a scrivere arricchendo le loro caratteristiche con i cambiamenti e le evoluzioni che si sono verificati nel tempo tra un disco e l’altro. “Close to the bone” è il classico biglietto da visita per una band heavy metal, ritmiche al galoppo, le due asce che scambiano assoli assassini e la voce di John Bush riconoscibile alla prima nota. Nel pezzo successivo, il bellissimo “Every man – any man”, la potenza metallica si fonde con un’indole da hard rock stradaiolo, tendenza che ricorrerà ancora nel corso dell’album. Il mid tempo di “Not on your life” gradualmente diventa sempre più dirompente, adornandosi di liriche stupende e un gran lavoro delle due asce. “Hit a moonshot” è speciale e gioca sul contrasto tra ritmiche serrate e linee vocali che lasciano il segno, mentre spetta alle chitarre il compito di cucire questa antitesi. I connotati dell’hard rock sono evidenti in “Buckeye”, non si tratta di una ballad, ma il brano è più rilassato, come se i nostri jammassero con gli Aerosmith. Ottima l’energica e asciutta “Compromise”, seguita dall’oscura e introspettiva “It’s a buzzkill” e dai cori trascinanti di “Thhrowing caution to the wind”. Il flirt tra metal e hard rock si evidenzia ancora in “Ladders and slides”, con il suo andamento percussivo tribale, e nell’anthemica “Bottom feeder”, prima del finale affidato a “Epilogue”, in cui emergono ricordi dei primi Riot e del proto metal americano di fine ‘70. Nella limited edition in cd uscita in Europa è contenuta come bonus track “One chain (don’t make no prison)”, canzone di Santana, qui interpretata con piglio heavy rock e le due soliste che esprimono amore per i Thin Lizzy. Gli Armored Saint continuano imperterriti per la loro strada, presentando l’ennesimo grande album della loro carriera e confermando un’innata capacità a scrivere brani in cui si fondono potenza, melodia e immediatezza, ma che, al contempo, presentano sfumature variegate che invitano a più ascolti.

Band:
John Bush – voce
Phil Sandoval – chitarre
Jeff Duncan – chitarre
Joey Vera – basso
Gonzo – batteria
Tracce:
- Close to the bone
- Every man – any man
- Not on your life
- Hit a moonshot
- Buckeye
- Compromise
- It’s a buzzkill
- Throwing caution to the wind
- Ladders and slides
- Bottom feeder
- Epilogue
- One chain (don’t make no prison) bonus track