Finalmente. Finalmente mi viene sottoposto un disco prog metal che non ha bisogno di dimostrare a tutti i costi quanto si è bravi, ma che ti entra dentro e ci rimane. “The Human Farm” è una di quelle release che si configurano come una mosca bianca, un’eccezione in un panorama progressive metal contemporaneo troppo spesso ostaggio di virtuosismi fini a sé stessi e di produzioni che sembrano uscite da una catena di montaggio. Qui no. Qui siamo altrove.
E aggiungo subito un elemento che mi ha colpito: c’è un richiamo non da poco, e veramente apprezzabile, per una certa scuola di fine anni ’70 e inizio anni ’80 che è andata a finire nel dimenticatoio negli ultimi periodi. I Vanderlust la riesumano con rispetto e intelligenza, senza nostalgia sterile ma con la consapevolezza che certi fondamenti compositivi hanno ancora una forza espressiva formidabile se trattati con le mani giuste.
Un concept album che mette l’umanità al centro
“The Human Farm” si sviluppa come un concept album ambientato nell’anno 2500 d.C., dove un’umanità ridotta allo stremo dalla povertà e dalla disperazione viene raggiunta da un’antica specie aliena, i Coelacanth. La loro offerta sembra una salvezza: una vita perfetta all’interno di una “fattoria umana”, fatta di sicurezza, benessere e protezione. Ma il prezzo da pagare è terribile: l’eliminazione al compimento dei quarant’anni. È da questo dilemma esistenziale che prende forma l’intero arco narrativo dell’album, ispirato all’allegoria della Caverna di Platone e all’immaginario della fantascienza classica.
La tematica è potente e universalmente compatibile: libertà contro sicurezza, il conflitto che ha sempre attraversato la natura umana. Da un lato il bisogno di protezione, dall’altro il desiderio di autodeterminazione. E la storia dei Vanderlust lo racconta senza banalità, attraverso il viaggio di Abe e di un gruppo di ribelli che scoprono come la loro esistenza “perfetta” sia in realtà una prigione, e tentano una fuga disperata attraverso il cosmo. Un’esistenza nuova, una nuova umanità che in un futuro distopico si fa strada e si ricostruisce da zero.
Tre pilastri che fanno la differenza
A mio avviso, “The Human Farm” si regge su tre pilastri fondamentali che lo portano ben al di sopra della media del genere.
Il primo è una grandissima ricerca timbrica fatta in maniera originale. Non c’è il solito stilema del suono prog con le tastiere messe lì a fare scena e i riff preconfezionati. Qui c’è spazialità, ci sono orchestrazioni, c’è una serietà e solennità compositiva che si percepisce in ogni passaggio. La band ha lavorato chirurgicamente sul suono, scegliendo texture e colori con una cura maniacale che evidenzia un approccio maturo e consapevole alla produzione. Le tessiture elettroniche e gli accenti orchestrali si inseriscono con eleganza nel tessuto metal senza mai soffocare la componente strumentale, anzi la arricchiscono e le conferiscono una dimensione cinematica che amplifica enormemente l’impatto emotivo della narrazione.
Il secondo pilastro è rappresentato da successioni di accordi non comuni che però ti avvolgono in maniera veramente piacevole e non sono difficili da digerire. Questa è una qualità rara nel prog metal: riuscire a sorprendere armonicamente senza alienare l’ascoltatore, mantenendo una fluidità melodica che rende l’ascolto coinvolgente anche a chi non mastica tecnicismi. I Vanderlust dimostrano che complessità e accessibilità non sono concetti antitetici, ma possono convivere quando la scrittura è guidata dall’istinto musicale e non dall’ego.
Il terzo pilastro è l’interesse genuino per il prodotto, inteso come capacità di creare un’opera che funziona come un viaggio unitario. Ogni brano è un capitolo che segue il precedente con un senso di continuità narrativa e musicale che rende l’album un’esperienza da vivere dall’inizio alla fine senza interruzioni. Non siamo di fronte a una raccolta di brani che si possono ascoltare in ordine sparso: “The Human Farm” è progettato per essere consumato nella sua interezza e in questo risiede la sua forza ma anche la sua singolare natura.
Il sound: tra tradizione e modernità
Sul piano musicale, i Vanderlust si collocano al crocevia tra il metal melodico di matrice classica e l’ambizione progressive in chiave fantascientifica. Il loro sound è energico, raffinato e atmosferico, capace di evocare riferimenti importanti senza mai risultare derivativo. La grandezza melodica di Angra e Dream Theater si intreccia con un riffing più tagliente e intricato che richiama Vektor e Megadeth, mentre l’approccio vocale espressivo porta alla mente la matrice power-epic europea. Ma tutte queste influenze vengono filtrate attraverso un’identità personale ormai chiaramente definita che costituisce la vera maturazione della band rispetto all’esordio.
Le chitarre sono il motore compositivo dell’intero lavoro. Articolate, mai auto-referenziali, sempre al servizio della narrazione e dell’emozione. Non c’è un solo momento in cui la tecnica prende il sopravvento sulla musicalità, e questo è un merito enorme in un genere dove la tentazione di strafare è sempre dietro l’angolo. La voce di Riccardo Morello, già in forza ne Il Segno Del Comando, è espressiva, versatile e perfettamente calibrata sulle diverse sfumature emotive che il concept richiede, dimostrando una maturità interpretativa notevole.
Meritano una menzione speciale i guest: Martina Barreca (Mess Excess) con i suoi growl e le linee operistiche nel ruolo dei Coelacanth aggiunge una dimensione teatrale che arricchisce enormemente il contrasto narrativo tra umani e alieni, mentre Francesco Londino (S91) contribuisce con assoli e arrangiamenti di tastiera che ampliano ulteriormente la tavolozza sonora della band. Anche la sezione ritmica composta da David Cantina al basso e Giacomo Mezzetti alla batteria fornisce una base solida e dinamica, capace di sostenere i frequenti cambi di tempo e le escursioni dinamiche senza mai perdere in groove e impatto.
Produzione e qualità audio
Il mixaggio curato da Giacomo Jack Salani alla Fucina Studio è pulito, dettagliato e rispettoso della ricchezza timbrica della band. Ogni strumento trova il suo spazio nel panorama sonoro senza mai sopraffare gli altri, e la gestione delle dinamiche è esemplare. I momenti più intimi e atmosferici respirano con naturalezza, mentre le esplosioni di potenza arrivano con un impatto fisico che premia l’ascolto su un impianto di qualità. Il mastering è curato e garantisce una resa sonora ottimale su qualsiasi dispositivo, senza ricorrere all’inflazionato metodo “suppostone”.
La scelta di integrare elementi orchestrali, elettronici e atmosferici nel tessuto metal senza sacrificare la chiarezza e la definizione del suono è il segno di una produzione che ha ragionato a lungo sulle priorità sonore, trovando un equilibrio raro tra ambizione artistica e resa tecnica. Questo è un album che suona come deve suonare: potente quando serve, delicato quando necessario, sempre leggibile e mai confuso.
Un disco prog metal che guarda avanti
Rispetto all’esordio, “The Human Farm” rappresenta un salto evolutivo significativo per i Vanderlust. La componente progressive è più profondamente integrata nello sviluppo strutturale e nell’articolazione dei riff, la dimensione concettuale è rafforzata e coesa, e il songwriting mostra una disciplina e una focalizzazione che nell’esordio erano solo accennate. La band ha trovato la propria identità sonora e ha creato un concept album che è un vero viaggio, non una semplice dichiarazione d’intenti. (Ascolta qui “Orphan Planet”, nda)
E questo è un punto cruciale: i Vanderlust non si limitano a scrivere canzoni: costruiscono veri e propri mondi sonori. E lo fanno con una capacità rara di bilanciare la complessità con l’immediatezza, offrendo profondità senza sacrificare la spinta e la suspance. Questo è prog metal fatto con il cuore, non con il righello.
Verdetto
Questo è un album meraviglioso, non ci sono dubbi. Bel disco, bello tutto, veramente fantastico. I Vanderlust dimostrano che si può fare prog metal in Italia mettendo al centro la musica e non l’ego, la storia e non la tecnica fine a sé stessa, l’emozione e non il mero sfoggio di abilità. “The Human Farm” è un lavoro che tocca l’esistenza nel senso più profondo del termine, e lo fa con una maturità artistica che posiziona questa band come una delle realtà più interessanti e promettenti del panorama progressive metal nazionale e non solo.
Se amate il progressive metal che non deve far vedere a tutti i costi quanto si è bravi ma che vi rimane impresso, questo è il disco che fa per voi. Ascoltatelo dall’inizio alla fine, senza interruzioni, perché è così che i mondi sonori vanno vissuti. E i Vanderlust, di mondi, ne hanno costruito uno che merita assolutamente di essere esplorato.
Voto: 10/10
