Sono passati venticinque anni e tanta acqua sotto il ponte dei Corrosion Of Conformity, dal capolavoro “Blind”, l’album perfetto per il gruppo originario nel North Carolina, ora in tutto e per tutto stabilitosi e devoto al delta del Mississippi. Uno dei lavori più significativi degli anni novanta, dopo gli album di stampo hardcore usciti nel decennio precedente, bissato in parte dal monumentale “Deliverance”, licenziato tre anni dopo. Altri tempi, eppure al netto di rivoluzioni nella line-up e tragedie (la scomparsa di Reed Mullin è stato un colpo basso non solo per la band ma per tutta la scena rock/metal), gli storici Pepper Keenan e Woody Weatherman si sono rimboccati le maniche e dopo il (per il sottoscritto) bellissimo “No Cross No Crown, licenziato ormai otto anni fa, tornano con un album che farà scrivere e parlare di sé, dandoci appuntamento nelle varie classifiche degli album più belli e rappresentativi dell’anno. Bobby Landgraf al basso e Stanton Moore alle pelli completano la line-up dei Corrosion Of Conformity nell’anno del signore 2026. Registrato in parte nel fienile di proprietà di Keenan nel Mississippi, nei Dockside in Louisiana e nello studio di Barry Gibb, l’album è prodotto da Warren Riker e mai come oggi torna non solo alle sonorità del passato del gruppo, ma richiama neanche troppo velatamente icone del rock e del blues rivisitate in stile COC. Si parte alla grande con “Good God?/Final Dawn”, un’esplosione di rock sporcato di blues e sparato a volume altissimo, cattivo come pochi e perfetto benvenuto del gruppo nel mood del disco. Senza mezzi termini, Keenan e soci riescono nella non facile impresa di manipolare nel fango dello stoner anni novanta, ispirazioni rock e blues che vanno dai Led Zeppelin ai Motorhead, dai Grand Funk Railroad ai primi Soundgarden, mantenendo una potenza e cattiveria degna del loro passato hardcore. Al Jourgensen dei mai troppo osannati Ministry (la band che chiunque decida di suonare rock industriale deve ringraziare ogni mattina) e Monte Pittman (con un passato negli altrettanto immensi Prong) sono gli ospiti ai cori della furiosa “Gimme Some More”, mentre “Asleep On The Killing Floor” (alla pari con il mid tempo sporcato di blues acido di “Handcuff County”), è per distacco il brano più bello del secondo disco, geniale quel tanto da uscire come una jam tra Ministry, COC e Primus. Detto che l’album è un doppio composto da due dischi capolavoro, vi lascio con la consapevolezza di essere al cospetto dell’ennesimo monumentale ritorno di un gruppo fuori categoria.