La rabbia fa bene
Voglio essere onesto. Io degli U2 degli ultimi quindici anni non so niente. “No Line On The Horizon” è l’ultimo album che ho avuto voglia di ascoltare e dei vari “Songs Of Innocence”, “…Experience” ecc. non ho avuto cuore di occuparmi. Sono anche clemente, perché molti affermano che “Zooropa” sia l’ultimo lascito meritevole della band di Bono mentre io credo che fino a “All That You Can Leave Behind” ci sia ancora tanta qualità e anche in “How To Dismantle An Atomic Bomb” ci sia del buono.
Sulla sincerità dell’impegno politico di Bono, parimenti, ci sono tante polemiche e cattiverie, che invece non condivido. Per il Sudafrica, per l’Etiopia, per la sua martoriata Irlanda, per l’ex Jugoslavia, per l’Ucraina, gli U2 e in particolare il loro leader ci sono sempre stati, coerentemente e con decisione. Poco importano le storie sui “miliardari che giocano a fare i pacifisti”, l’impegno di un gruppo noto a livello mondiale per queste cause fa bene e non è affatto scontato.
E lo si coglie nuovamente in “Days Of Ash”, questo EP di sei pezzi che riporta gli U2 dove non stavano da un po’ di tempo: al centro della scena, non con uno stanco disco di maniera, ma con una serie di brani la cui urgenza non poteva aspettare il prossimo album. Sono letteralmente scappati fuori dopo i fatti di Minneapolis. Ma non è quello l’unico dramma a cui Bono e compagni stavano dedicando la loro attenzione. Il dolore e la rabbia che raccontano in questi solchi (solchi per modo di dire, visto che per ora l’EP è solo in download) sono riferiti a diverse tragedie tra quelle a cui stiamo assistendo.
Si parte con “American Obituary”, decicato ai fatti di Minneapolis e a Renee Good in particolare, ammazzata con tre colpi di pistola in faccia da un agente dell’ICE. Ne abbiamo già parlato qui, basti ricordare il grido di battaglia “l’America insorgerà contro i bugiardi”.
Il resto del disco non mostra cedimenti: “The Tears Of Things” è uno struggente immaginario dialogo fra il David e Michelangelo suo autore, basandosi sugli scritti di un frate francescano, Richard Rohr, che ha esaminato gli inviti a vivere in pace contenuti nelle parole dei profeti ebraici.
“Song Of The Future” è dedicato alla tragedia dell’Iran e in particolare a Sarina Esmailzadeh, figlia del futuro come la definiscono loro, futuro che non vedrà ma che da lei e quelli come lei ha preso le mosse. Sarina era infatti una delle migliaia di giovani scesi in piazza dopo l’assassinio di Jina Mahsa Amini, uccisa nel 2022 dalla “polizia morale” del folle regime iraniano, perché non indossava correttamente il velo islamico. A sua volta Sarina è stata fermata, picchiata a sangue ed è morta in seguito alle ferite. Il ritornello “Sarina, Sarina…” è il più musicale dell’intero lavoro e la canzone cattura decisamente lo spirito libero e la speranza di Sarina e delle giovani come lei.
“Wildpeace” è una poesia dell’autore israeliano Yehuda Amichai, letta dall’artista nigeriana Adeola di “Les Amazones d’Afrique”, su musiche degli U2 e di Jacknife Lee.
Altro capitolo dolente e molto attuale, la Palestina: Bono dedica la sua attenzione a Awdah Hathaleen, palestinese padre di tre figli, attivista non violento e insegnante di inglese. Awdah fu un consulente per il documentario “No Other Land”, premiato con l’Oscar, ma è stato ammazzato da un colono, Yinon Levi, il 28 luglio 2025. Al suo funerale chi ha parlato ha ricordato il suo sacrificio e la tragedia dei palestinesi che vengono cancellati “una vita alla volta”. Gli U2 suggeriscono che anche la ricerca della pace avvenga così, con l’attenzione per “una vita alla volta”. Brano dolente, molto intenso, da degustare più che da consumare rapidamente, il meno “radiofonico del disco”.
Il contrario esatto di “Yours Eternally”, un’altra mirabile collaborazione che coinvolge gli U2, il musicista ucraino oggi diventato soldato Taras Topolia e Ed Sheeran, colui che ha messo in contatto Bono e Taras. Si sono incontrati a Kiev dove la band era stata invitata dal presidente Zelensky. Sono diventati immediatamente amici. Tutti insieme, incluso Ed Sheeran danno vita a un brano dedicato alla tragedia ucraina che rappresenta la rabbia ma anche lo spirito indomito della popolazione che difende senza cedimenti la sua libertà. Pezzo ricchissimo di contenuti musicali e testuali, immaginato come una lettera inviata da un soldato al fronte. Da cantare a squarciagola in faccia ai cinici potenti della terra.
In conclusione, bisogna proprio dire che la rabbia fa bene, specie a una band sicuramente stanca e adagiata ormai da tempo su dischi realizzati forse più per dovere che per urgenza. Qui l’urgenza c’è, si sente e contribuisce alla realizzazione della migliore opera degli U2 da vent’anni a questa parte. Speriamo che questo ritrovato spirito pervada anche il successivo album, già annunciato e temporaneamente fermato per dare spazio a “Days Of Ash”.
