Dai tempi del Vietnam mai così forte e creativa

È difficile trovare un merito di Donald Trump, francamente, ma eccone uno. Era probabilmente dai tempi del Vietnam che la canzone di protesta americana non era così florida e creativa. Proprio la classica “protest song” nata dall’urgenza, in cui contano le parole più della musica.

Già sommerso da tonnellate di fango in note durante il primo mandato, in questo inizio del 2026 caratterizzato dall’assalto della milizia dell’ICE alla città di Minneapolis, il presidente più folle della storia degli Usa si è visto fronteggiare dalla brava gente del Minnesota scesa in strada, ma anche dagli artisti e in particolare dai musicisti, compresi i più influenti.

È ovvio che si debba partire da Bruce Springsteen e dalla sua “Streets Of Minneapolis”: scritta il venerdì, registrata il sabato, pubblicata il lunedì. Perchè non si poteva più aspettare, perché l’America bruciava e il Boss, che aveva già lanciato i suoi anatemi al presidente durante la tournee dello scorso anno, mettendo a disposizione le sue parole, pronunciate per la prima volta a Manchester, direttamente su Spotify (https://open.spotify.com/intl-it/album/1wWm7MPHSIpBX7Wiw8LAAq?si=YzsCgGGKTXmEFdgyDIi2yg) ha voluto fare di più: una canzone esplicita, come sono le protest song, che non usa metafore, parla diretta, fa i nomi e cognomi di Alex Pretti e Renee Good e rincara la dose:

“Semplicemente non credete ai vostri occhi
Sono il nostro sangue e le nostre ossa
E questi fischietti e telefoni
Contro le sporche bugie di Miller e Noem

Ora dicono di essere qui per far rispettare la legge
Ma calpestano i nostri diritti
Se la tua pelle è nera o marrone, amico mio
Puoi essere interrogato o deportato a vista”.

Pubblicata su Spotify (https://open.spotify.com/album/5fto6noZ6cH98MASeDxMed?si=BPXwazw-Qfa8Ly_b5-xULA) dove ha fatto il pieno, andando subito al primo posto negli ascolti in una quindicina di paesi, “Streets Of Minneapolis” è stata poi suonata direttamente in città, dal Boss ospite di Tom Morello il 30 gennaio scorso. E per chi pensava che magari fosse finita qui, è già quasi sold out il “Land Of Hope And Dreams Tour Usa”, 20 date in due mesi, con partenza il 31 marzo proprio da Minneapolis e chiusura il 27 maggio a Washington, proprio in faccia a crazy Donald.

Minneapolis non ha angosciato solo il Boss: anche Nils Lofgren, il chitarrista della E Street Band, dopo i disordini nelle strade della città, ha preso chitarra e penna e ha vergato in breve un inno da strada che si intitola “No Kings No Hate No Fear” (https://www.youtube.com/watch?v=sOy0RUNHZao&list=RDsOy0RUNHZao&start_radio=1) : meno di due minuti di un ritornello che in un certo senso ricorda quello di “Give Peace A Chance”, da ripetere cioè all’infinito marciando e levando alta la propria voce:

“Nessun Re, nessun odio, nessuna paura,

qui c’è un popolo mitico;

siamo la gente per strada, senti il nostro battito, è quello della nostra libertà per tutti,

è la nostra libertà che marcia qui”.

Ultimi per ora a incidere un pezzo anti Trump sono gli U2: Bono dopo quasi dieci anni dall’ultimo disco di canzoni originali ritrova la voce e la rabbia e verga “American Obituary”. “Stavamo preparando un disco di celebrazioni, ma questi pezzi sono più urgenti, non possono aspettare”.

“American Obituary infatti è inserito nell’Ep “Days Of Ash” che tratta non solo delle tragedie di Minneapolis ma dei principali teatri di guerra e sofferenza nel mondo.

Ma tratteremo il disco altrove, qui soffermiamoci sulla canzone dedicata all’America, anche in questo caso una protest song esplicita e diretta, che fa il nome di Renee Good e non le manda a dire, pur mantenendo quello stile un po’ più visionario di Bono rispetto al Boss e altri colleghi:

“Il peggio non può uccidere il meglio di noi
Però ci possono provare
L’America insorgerà
Contro i bugiardi

Non sono arrabbiato con te, Signore,
Tu sei la ragione per cui ero lì
Potresti impedire a un cuore di spezzarsi
Restandogli del tutto indifferente?
Potresti fermare una pallottola a mezz’aria?”.

I giorni di Minneapolis hanno fatto saltare la mosca al naso anche a uno dei più grandi autori di protest song della storia, Billy Bragg, che già si era dedicato a Trump con “The Times They Are A-Changing Back” (https://www.youtube.com/watch?v=0K7gyTQuuls&list=RD0K7gyTQuuls&start_radio=1)

“Venite Messicani, musulmani, LGBT e ebrei,

tenete gli occhi aperti alle novità

perchè il presidente Trump ha espresso il suo punto di vista

e credo che la persecuzione sia dentro di lui

e presto romperemo le vostre finestre e bruceremo le vostre scuole

perchè i tempi stanno cambiando di nuovo”.

Ma poi quando l’Ice ha cominciato ad assalire la gente in Minnesota, Billy ha ripreso la chitarra e ha scritto “City Of Heroes” (https://www.youtube.com/watch?v=IKOW2ZikGW8&list=RDIKOW2ZikGW8&start_radio=1)

in cui fra l’altro riprende i famosi versi “quando sono venuti per i comunisti non ho detto nulla, quando sono venuti per gli ebrei non ho detto nulla…” ribaltandoli:

“Quando hanno tirato fuori la gente dalle loro auto io ero davanti a loro;

quando hanno preso le famiglie dalle loro case io ero davanti a loro;

quando hanno ucciso una nostra sorella, ero davanti a loro;

quando hanno ucciso il nostro fratello ero sempre davanti a loro;

sarò testimone del terrore, sarò testimone della tirannia, sarò testimone dell’omicidio, sarò testimone del fascismo.

In questa città di eroi noi proteggeremo la nostra casa”.

Poi c’è Neil Young. Il grande vecchio del folk e del rock americano ci aveva visto lungo e aveva scritto il suo inno anti Trump già lo scorso anno: “Big Crime” (https://www.youtube.com/watch?v=8B9ATiGpbl8&list=RD8B9ATiGpbl8&start_radio=1) è esplicita come sa essere il suo autore:

Non abbiamo bisogno di leggi fasciste

Non vogliamo scuole fasciste

Non vogliamo soldati in marcia sulle nostre strade

C’è un grande criminale alla Casa Bianca a Washington

C’è un grande criminale alla Casa Bianca a Washington

Dobbiamo cacciar via i fascisti

Dobbiamo ripulire la Casa Bianca

Non vogliamo soldati per le nostre strade

C’è un grande criminale alla Casa Bianca a Washington

Ultimamente Neil si è divertito a far saltare ancora la mosca al naso a Trump, mettendo a disposizione gratuitamente tutto il suo catalogo per la popolazione della Groenlandia (come sappiamo, una delle prede preferite da Donald) per regalare “pace e amore” e allentare la tensione causata dalla dichiarazioni americane.

Non c’è solo il rock ovviamente: anche Eminem si dichiara apertamente e con il suo stile esplicito nemico di Donald Trump: e si è prodotto in un dissing senza base (poi qualcuno ne ha messa una autonomamente) (https://www.youtube.com/watch?v=cKN5bMTHyMM):

“A chiunque dei miei fans che sia un suo sostenitore

sto tracciando una linea nella sabbia, potete essere a favore o contro

e se non sai decidere chi ti piace di più e sei dubbioso

su chi potresti sostenere, decido io per te: vaffanculo.

Il resto dell’America si alzi in piedi

noi amiamo i nostri soldati e amiamo il nostro paese

ma odiamo Trump.

Infine (per modo di dire, perché ci sono centinaia di autori minori o poco conosciuti al di fuori degli Stati Uniti che hanno scritto canzoni contro Trump e contro l’ICE) la decana della musica di protesta, Joan Baez, a 83 anni, ha dedicato a Donald non una canzone ma una poesia nella sua ultima raccolta del 2024. Si intitola “Little Green Worm” e immagina che un piccolo verme verde si sia insinuato nella testa del presidente erodendo le sue capacità cognitive. E arrivato nella zona del cervello dove dovrebbe risiedere l’intelligenza, abbia trovato uno spazio vuoto.

Si potrebbe proseguire per pagine e pagine, ma invece è giusto sottolineare che tanti artisti si erano espressi con canzoni di protesta, nuove o rivisitate, già durante il primo mandato di Trump: basti citare The Killers con “Land Of The Free” pubblicata nel periodo in cui la prima amministrazione Trump metteva in gabbia gli immigrati irregolari, o “Demagogue” dei Franz Ferdinand, che si capisce già dal titolo, inserita nel progetto del 2018 “30 Days, 30 Songs”, una canzone anti-Trump al giorno per trenta giorni in vista delle elezioni (presenti anche Rem, Death Cub For Cutie e molti altri). Progetto che nel frattempo è diventato “1000 Days, 1000 Songs” (https://open.spotify.com/playlist/0GDtTmyBfSvYxMgFCS6yee?si=e7a7efd9bef2431f), sempre con lo stesso intento.

Poi ci sono quelli che anche senza una canzone esplicita dedicano ogni giorno la loro protesta a Donald Trump: chiarissimi i messaggi dei due artisti chiamati al Superbowl di quest’anno: i Green Day inseriscono spesso e volentieri nelle loro canzoni lo stacchetto “No Trump no kkk no fascist Usa…” ripetuto all’infinito.

E poi c’è Bad Bunny che in sfregio al presidente ha cantato tutta la sua esibizione in lingua latina, lanciando ovviamente messaggi di uguaglianza e di pace chiudendo così:

Chile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Peru, Ecuador, Brazil, Colombia, Venezuela, Guyana, Panama, Costa Rica, Nicaragua, Honduras, El Salvador, Guatemala, Mexico, Cuba, República Dominicana, Jamaica, Haiti, Antilles, United States, Canada. And my motherland, mi patria, Puerto Rico. Seguimos aqui (We’re still here)”.

Infine, si sprecano le playlist anti Trump su tutte le piattaforme: questa di Spotify, contiene anche “Streets Of Minneapolis” ed è in aggiornamento: https://open.spotify.com/playlist/0QMZRSIRIwi1fwW6f0ArmR?si=tX7X7kBSSOexGxHyQxm7bQ