I dieci difficili anni di sir Paul

La decade post Beatles di Paul Mc Cartney è nettamente racchiusa fra due traumi, che la iniziano e la chiudono: lo scioglimento dei Fab Four a un’estremità, la morte di John dall’altro.

“Man On The Run” racconta di questi dieci difficilissimi anni, facendo pochi sconti a Paul e mostrando, attraverso diversi filmati inediti o poco visti, la sua crisi, la sua solitudine, la sua ricerca di non si sa cosa, di un nuovo inizio, di un’identità, di un altro gruppo di cui far parte.

“Ero andato a scuola e poi ero stato uno dei Beatles, non c’era niente altro nella mia vita”, ammette candidamente Paul (di cui fa anche un po’ effetto sentire la voce fuori campo invecchiata e stanca). Come il film documentario dice esplicitamente, Paul è quello dei quattro che fa più fatica nel post scioglimento a trovare una direzione. Paradossalmente è quello che annuncia lo scioglimento, attirando su di sé tutta l’ira dei fans e tutta l’attenzione dei media. John aveva mandato in soffitta i Beatles da mesi senza dirlo, ma Paul fa il classico gesto da “muoia Sansone con tutti i filistei” e rompe il giocattolo prima del tempo, aprendo la diga a un mare di problemi di contratti, diritti, divisioni e beghe contrattuali, specialmente col vampiresco Allen Klein, che lo consumeranno. I primissimi anni raccontati da questo film sono intensissimi: Paul sposa Linda, tira fuori “Mc Cartney”, che resterà il suo disco solista migliore per un bel pezzo (a dir la verità forse per sempre) e scioglie i Beatles entrando in un autentico frullatore. Ed è a questo punto che sir Paul decide di scomparire, fisicamente e artisticamente: si chiude in una fattoria nel Kintyre (Scozia), con la moglie, i bambini e le pecore. Un posto sperduto, irraggiungibile, in cui prova a ritrovare se stesso. Gli altri tre risentono meno del trauma: John tira fuori “Imagine”, George “All Thing Must Pass”, perfino Ringo “Beaucoup Of Blues”, tre dischi splendidi e storici. Paul no, lui non sa letteralmente che cazzo fare, non suona e non scrive.

Finchè un giorno la voglia torna, le note riemergono. Resta il problema dei problemi: Paul è sempre stato una band, quella band, e ne ha bisogno un’altra se no non riesce a esprimersi. Ha bisogno di quel cameratismo, non tanto della composizione insieme (avrebbe bisogno anche di quella, siamo sinceri) quanto del vivere e suonare con altri. Ecco che un po’ alla volta, faticosamente, nascono gli Wings: prima il solo Denny Laine, l’unico sempre all’altezza (del resto proviene dai Moody Blues, non proprio l’ultimo arrivato) e poi alcuni musicisti che da session men diventano parte del progetto (Henry Mc Cullough e Andy Seiwell per cominciare). E Linda? D’imperio entra nel gruppo, pur senza saper suonare. Paul resta sordo a ogni protesta di critica e pubblico, lei è quella che gli ha impedito di sprofondare, la vuole sempre con sé.  Tutto fatto? Macchè, si comincia con dischi che si fa fatica perfino ad ascoltare. Lo sa anche Paul, che di “Wild Life” e “Red Rose Speedway” in questo documentario non ci mostra quasi nulla. Poi però il miracolo arriva: “Band On The Run” centra il bersaglio e apre finalmente agli Wings (che già avevano provato esperienze estemporanee e folli, come il giro non annunciato nei campus universitari) le porte dei tour inglesi e poi internazionali.

Guarda il trailer di “Man On The Run” qui.

La band conosce alcuni anni di autentico successo, suona in tutto il mondo davanti a platee gremite e produce alcuni altri dischi validi.

Restano due “però” grandi come una casa. Il primo: gli Wings non sono una band e non si sentiranno mai tali. Sono la voglia di band di Paul Mc Cartney, uno dei Beatles, più qualche musicista di contorno. Per questo cominciano le rotazioni di elementi che se ne vanno, altri che arrivano, qualcuno che muore. Il secondo però è che la musica non raggiungerà quasi mai i livelli beatlesiani. Elemento comune agli altri tre, che andranno anche loro in calando, ma nel caso di Paul è tutto più evidente. Per quanto il tour americano che dà vita a “Wings Over America” , uno dei tripli live più famosi della storia, sia un successo enorme, ascoltatelo bene. Gli episodi meritevoli di una discografia beatlesiana sono pochi ed estemporanei. Perchè in fondo il problema è l’elefante che sta ancora nella stanza: i Beatles, con cui Paul non ha ancora e mai fatto pace (come entità, con i tre amici in realtà si riconcilierà a partire dal 1974). Senza liberarsi di quel fantasma, senza riproporre quelle canzoni (ne inserisce qualcuna nei concerti più per dovere che per piacere) tutto appare artefatto, stanco, buono per il mercato americano e giapponese, non per la storia della musica. E si arriva al finale traumatico. Nonostante un chiaro disagio collettivo gli Wings sbarcano in Giappone per un lungo tour, ma Paul viene arrestato per possesso di droga. Passa in carcere parecchi giorni, viene finalmente liberato. Non fa quasi in tempo a tirare un sospiro di sollievo che lo raggiunge un autentico colpo in faccia: John Lennon è stato assassinato davanti al Dakota Bulding, la sua casa di New York. E’ questa la parte finale del film, che ti lascia senza fiato. Nei racconti di chi gli era vicino si percepisce l’angoscia di Paul, così intensa da non riuscire a esprimerla. Di nuovo il vuoto, di nuovo il dolore.

Elaborato il quale, Paul riesce probabilmente a fare pace con se stesso e col passato. Il film si chiude con la nascita di “Mc Cartney II” e “Coming Up”, un nuovo inizio. Wings in soffitta e un graduale riavvicinamento al repertorio dei Beatles, che in un futuro ancora successivo costituirà un bel pezzo dell’ossatura dei suoi concerti. Non è tutto ok: la qualità dei dischi anni ’80 di sir Paul è assolutamente opinabile, la strada è ancora lunga, ma lui è un uomo nuovo, finalmente. Aspettiamo i prossimi documentari sulla sua vita. Perchè arriveranno, potete giurarci.