Confesso di avere una colpa che, per uno che vive di musica, suona quasi come un’eresia: non ho mai approfondito i Lamb of God. Complice un tessuto di preconcetti che negli anni del loro massimo successo mi teneva ben distante (tutta colpa dei vari “fuck false metal” che, quando ero ragazzino, mi traviarono). Oggi mi trovo davanti a “Into Oblivion” e se potessi prendermi a frustate da solo lo farei, per non averli scoperti prima.

Basta premere play perché la title track esploda come una bomba al vetriolo. Tre minuti e mezzo in cui si spala merda in faccia senza sconti, ma con una pulizia, un’esecuzione talmente impeccabili da farti capire subito che non siamo di fronte alla solita deriva moderna: qui non c’è l’eccesso di melenso che troppo spesso accompagna il groove metal contemporaneo. È un pugno in faccia, e si ringrazia.

L’album, nel suo insieme, gioca proprio su questa alternanza di precisione chirurgica e violenza fisica. L’engineer ha compiuto un miracolo nel far sposare nitidezza e potenza: c’è tutta la SPL che vuoi, ma non si cade mai nel classico “suppostone” (gli addetti ai lavori comprenderanno). E il merito è anche nella struttura dei brani, che evita sapientemente la prevedibilità. Proprio quando pensi di aver capito dove vogliono portarti ecco che dalla furia più diretta si passa al marciume sludge, con atmosfere che sembrano descrivere stati di allucinazione, riffing pesanti e impietosi. Poi magari ti ritrovi in un mid-tempo che macina tanto chug, ma con innesti di gravity beat improvvisi e graditissimi.

E non mancano i momenti in cui il disco ti lascia il vuoto addosso. C’è un lato più intimo, sinistramente melodico, che parte da un arpeggio quasi grazioso ma dal sottotesto inquietante; ci sono intro di batteria con filtri lo-fi che rendono il tutto distopico, apocalittico. E poi riffing fantasioso, mai scontato, pattern cervellotici che ricordano la nuova scuola senza mai scivolare nei tecnicismi stilistici del djent. In certi passaggi, per certi versi, mi fanno pensare al mai dimenticato “Wolverine Blues” – perché il blues, col tempo, si è prestato a tante reinterpretazioni, e questa ne è un esempio estremamente convincente.

C’è pure un pezzo che mi rimanda ai migliori Arch Enemy dell’era Gossow, ma anche un episodio che ti proietta nell’era “Far Beyond Driven” dei Pantera al loro apice, con dentro una bella zavorra di sludge-doom. E mentre i Lamb of God dichiarano “sono mille anni che ti osservo”, io mi rendo conto che se li avessi osservati davvero, non mi sarei perso una perla del genere.

Alla fine, dopo un’apertura pulita, elegante e agrodolce, “Into Oblivion” si chiude lasciandoti con la certezza di avere tra le mani una delle uscite più interessanti di questo 2026. Da avere assolutamente, anche solo per rimediare agli errori del passato. Voto: 9/10