6 febbraio 2025. È una serata magica. Iniziano le Olimpiadi invernali di Milano Cortina. È da anni che se ne parla e la cerimonia inaugurale promette di essere un grande spettacolo. Luci, colori e il bianco della neve di Cortina a fare da sfondo. Qualche centinaio di chilometri più a sud, invece, le luci si fanno più fioche e l’atmosfera si fa più sinistra. Il doom è il protagonista di questa serata all’Orion di Ciampino. Messa, Shores of Null e Doomraiser tingono il mondo di nero ma mostrano anche tre modi diversi di intendere il genere. Più classico e sanguigno quello dei Doomraiser, storica band romana, capitanata dal leader Nicola Rossi, che purtroppo non riesco a vedere. Più misto a death e gothic quello dei Shores of Null, band anch’essa romana nata nel 2013 che convince con un repertorio mai uguale a sé stesso. Echi di Paradise Lost, Tiamat e My Dying Bride si accompagnano a passaggi più personali, grazie anche alla versatilità del cantante Davide Straccione e al suono solido e compatto prodotto dai musicisti della band. Salgono sul palco i Messa e le atmosfere virano verso il dark. Sin dagli esordi (il sulfureo primo album “Belfry” del 2016) il gruppo veneto non ha compiuto passi falsi. I loro album sono stati una continua scalata verso l’alto. L’ultimo lavoro “The Spin”, prodotto dalla gloriosa Metal Blade Records, è a mio avviso uno dei migliori dischi del 2025. Stasera la band lo eseguirà praticamente tutto e va detto che dal vivo suona ancora meglio. Il suono infatti risulta più sporco e profondo ed esalta le atmosfere dark che rappresentano ormai il marchio di fabbrica del gruppo. Il synth bass di “Fire On The Roof” apre il concerto e gli occhi sono tutti puntati sulla cantante Sara Bianchin. Dalla sua figura promana una sorta di involontario magnetismo. In lei spesso gli opposti coincidono e si sovrappongono: per i primi minuti è seria, guarda lontano. Dopo un paio di brani all’improvviso sorride, quasi arrossendo. Sul palco è statica ma anche statuaria. Sembra timida ma poi parla col pubblico. Catalizza gli sguardi poi sparisce dietro il palco. L’unica cosa certa è la voce: chiara, malinconica ma anche squillante dove serve. Prendete “At Races”, sette minuti dove momenti di tristezza e perdita di coscienza si alternano a sprazzi di speranza. Oppure la splendida “The Dress”, sempre tratta dall’album “The Spin”, che riesce nell’impresa di amalgamare il doom con il jazz (ma quando mai si è sentito?). Ma i Messa non sono solo Sara. Un plauso va anche ai musicisti che creano dal vivo un sound emozionale e senza sbavature. Alberto Piccolo è un chitarrista dall’ottima tecnica ma sempre al servizio della canzone. I suoi assoli non risultano mai eccessivi e toccano sempre la nota giusta. Bassista e batterista dialogano alla perfezione senza limitarsi alle solite formule ormai abusate nel doom. Con “Thicker Blood” si continua con le atmosfere variegate di “The Spin” mentre con “Rubedo” e “Pilgrim” si torna a “Close” del 2022. L’epico riff sabbathiano di “Babalon” ci riporta al primo disco “Belfry”. Suoni e passaggi anni Settanta che però non scimmiottano i maestri del genere ma li rileggono in chiave personale. Il piano e la voce di “Immolation” sono pura poesia, il crescendo che porta al ritornello è una delle cose più belle che ho sentito negli ultimi tempi e dal vivo non può che emozionare ancora di più. Gli fanno da contrasto la chitarra da rock sudista con cui inizia “Reveal”, un altro esempio di come la band riesca a mescolare generi diversi senza perdere il filo del discorso. Ben due i bis: il primo è il trittico “Void Meridian”, “Leah” e “Snakeskin “Drape” (questi ultimi due da Feast For Water del 2018), il secondo propone “Hour of the Wolf”, i cui poderosi riff anni Settanta chiudono il concerto. Se non li avete mai ascoltati, siate curiosi e trovateli su spotify. Se non li avete mai visti dal vivo, andateli a vedere e non ve ne pentirete.
