“Hell Is A State Of Mind” è un disco che colpisce subito per impatto sonoro e ambizione, ma che lascia addosso una sensazione di irrequietezza irrisolta. I Lost Society arrivano a questo nuovo capitolo con mezzi enormi, una produzione di livello internazionale e una consapevolezza tecnica fuori discussione, ma anche con il peso evidente di voler tenere insieme troppe influenze senza sceglierne davvero una fino in fondo.

Il sound generale è probabilmente il punto di forza più evidente: pulitissimo, potente, moderno fino all’ossessione. Ogni dettaglio è scolpito e stratificato con cura quasi maniacale. È un album che suona “grande” in ogni momento, e non è un caso che la band abbia puntato su orchestrazioni, elettronica, layering massiccio e una resa complessiva che guarda apertamente al metal contemporaneo più mainstream. Il problema è che questa perfezione tecnica, alla lunga, finisce per togliere spontaneità e percezione emotiva.

Dal punto di vista compositivo, il disco vive di continue contaminazioni: nu-metal, alternative metal, industrial, orchestrale, thrash solo accennato, richiami evidenti a band come Linkin Park, System Of A Down, Drowning Pool, Mudvayne, Metallica e persino Ghost B.C. Il risultato è un lavoro che spesso sembra più una vetrina di influenze che un percorso realmente coeso. Le idee non mancano, anzi, ma vengono accostate più che fuse, dando l’impressione di una band che vuole dimostrare di saper fare tutto, senza però rischiare davvero di scontentare nessuno.

La voce di Samy Elbanna è uno degli elementi più divisivi: tecnicamente impressionante, capace di passare dal rap allo scream, dal pulito melodico ai registri più estremi con grande disinvoltura. Tuttavia, questo continuo cambio di maschera finisce per diventare un limite, soprattutto quando il cantato moderno e rappato si scontra con strutture più epiche o orchestrali, rompendo l’atmosfera invece di rafforzarla. Quando invece la band sceglie la strada della cattiveria diretta e del riffing più aggressivo, emerge finalmente una personalità più convincente e autentica.

Il disco funziona meglio quando smette di voler piacere a tutti e lascia spazio alla rabbia, alla tensione e a una chiave interpretative più istintiva. Nei momenti più “radio-friendly”, tipo “Is This What You Wanted “ invece, l’impressione è quella di un alternative metal ben confezionato ma già sentito, che avrebbe potuto uscire tranquillamente vent’anni fa senza sorprendere nessuno. Anche la title track, pur ambiziosa e strutturalmente interessante, soffre di questa dicotomia tra una base strumentale ispirata e scelte vocali che ne smorzano l’impatto emotivo.

Ci troviamo di fronte, con certezza, ad un album professionale, potente e curato, ma anche profondamente indeciso. I Lost Society sembrano trovarsi ancora in bilico tra il desiderio di spingersi oltre e la paura di perdere una fetta di pubblico. In musica, però, l’equilibrio raramente paga: o si osa davvero, o si resta intrappolati in una comfort zone dorata.

Un disco che dimostra quanto la band sia tecnicamente preparata, ma che lascia la sensazione di un’occasione solo parzialmente sfruttata. Il talento c’è, ora serve il coraggio di usarlo senza guardarsi continuamente alle spalle.