A due anni dall’uscita del primo e sorprendente album “The Approbation”, qui recensito e a cui rimando per i dettagli anagrafici, i norvegesi dall’impronunciabile nome Avkrvst si ripresentano con il loro secondo lavoro, “Waving At The Sky”, che conferma il valore della band, continuando a riunire nel proprio sound le anime degli Opeth, degli Änglagård e dei King Crimson, e sviluppando un prog metal di livello stellare.
Questa nuova uscita parte da ciò che si era ascoltato nell’esordio, aumentandone ulteriormente la carica progressiva.
Siamo di fronte a un concept incentrato su una storia realmente accaduta quando Simon D. Bergseth e Martin Utby, fondatori del gruppo, erano bambini; si tratta di una raccapricciante tragedia familiare di abusi che viene descritta nel corso dei vari brani.
Pur basandosi su un argomento angosciante, il sound dell’album non è totalmente impregnato di oscurità, anzi cerca costantemente sentieri luminosi, forse proprio per affrancarsi dall’inquietudine generata dal tema portante.
Lo strumentale iniziale, “Proceding”, è eloquente, infatti, nella prima parte si sviluppa con ritmiche serrate e potenti, per poi aprirsi nella seconda dove mellotron e synth diventano dominanti e garantiscono atmosfere più dilatate e ancestrali.
La suddivisione sopradescritta si amalgama alla perfezione in “The trauma”, brano totale assolutamente rappresentativo del sound degli Avkrvst, dove il gran lavoro dell’accoppiata basso/batteria fa da base ai tappeti tastieristici, alle escursioni delle chitarre e alle delicate linee vocali, mentre il cambio di tempo finale è adornato da un cameo growl.
Gli oltre sette minuti di “Families are forever” sono ad alto contenuto progressivo e sinfonico, con suoni liquidi di tastiere, voci eteree e grandi interventi chitarristici, ricordando molto Änglagård e Anekdoten, ma con l’aggiunta di alcuni spunti estremi che non inficiano la bellezza del pezzo.
Anche “Conflating memories” sfiora i sette minuti col suo sinfonismo sinuoso e avvolgente, ricco di suoni cui si aggiunge il flauto, per un brano che viaggia e fa viaggiare.
“The Malevolent” è la traccia che più si avvicina alla forma canzone, se così possiamo dire, dove svisate di Hammond accolgono un ospite di eccezione dietro al microfono, vale a dire Ross Jennings degli inglesi Haken.
Ritmi veloci, chitarre taglienti e tastiere aggressive sembrerebbero decretare “Ghosts and yesteryear” come il pezzo di maggior impatto del disco, ma la potenza del sound viene intervallata da momenti dilatati che ne stemperano l’irruenza, ma non il fascino.
La chiusura dell’opera è affidata alla suite che intitola l’album: dodici minuti di meraviglia totale che partono su sentieri onirici per poi accelerare e ancora tornare sinfonici, dove la generosità di suoni, accompagnata da un mellotron travolgente, coinvolge e fa anelare al cielo, esprimendo il bisogno di spazio.
Avkrvst, ancora grande musica dalle terre scandinave, con radici saldamente ancorate nel passato e idee proiettate verso il futuro.

Band:
Simon D. Bergseth – voce, chitarre, tastiere e basso
Martin Utby – batteria, tastiere e voce
Øystein H. Aadland – tastiere
Auver Gaaren – tastiere
Edvard Seim – chitarre
Guests:
Ross Jennings – voce aggiuntiva su 5
Ingeborg Utby – flauto su 4
Tracklist:
- Preceding
- The trauma
- Families are forever
- Conflating memories
- The malevolent
- Ghosts and yesteryear
- Waving at the sky