Gli Hex A.D. provengono da Larvik in Norvegia e sono attivi dal 2011. Il progetto nasce dall’input di Rick Hagan, cantante e chitarrista della band, nonché principale compositore, che inizialmente agiva da solo sotto il moniker Hex, ispirato dall’album omonimo dei Bigelf, immensa band americana da riscoprire e che speriamo di rivedere in attività. In seguito, per differenziarsi da altri gruppi con lo stesso nome, hanno aggiunto la sigla A.D. (Anno Domini). Difficile etichettarli, ma se dovessi essere obbligato a farlo, potrei azzardare la definizione di doom progressivo, con una costante presenza dell’organo. In effetti, le principali influenze provengono dalla terra d’Albione, andando a costituire un ideale mix tra il doom dei Black Sabbath, quello dei Cathedral meno ossianici e l’hard prog di Rainbow e Uriah Heep, ma sicuramente i loro ascolti sono stati variegati, permettendo di forgiare un sound molto personale e solido, cui ha contribuito anche l’esperienza cumulata da diversi membri come backing band per artisti importanti della scena internazionale quando si sono trovati a effettuare delle date norvegesi (Blaze Bayley, Tim “Ripper” Owens, Paul Di’Anno,…). Aldilà dell’elevata qualità proposta, ci sono alcuni aspetti che tradiscono ambizioni non da poco: intanto Chris Tsangarides, celebre per le sue collaborazioni con mostri sacri come Judas Priest, Thin Lizzy, Gary Moore, Black Sabbath,… che si è occupato della produzione dei lavori degli Hex A.D. fino alla sua morte avvenuta nel 2018; per non parlare della scelta di affidare la splendida grafica di diverse loro copertine a Dave Patchett, celebre per aver curato l’immaginario visivo dei succitati Cathedral. Con questo nuovo “Surgical Cuts In The Cosmos” la band prosegue sulla strada tracciata dai sei album precedenti, mentre l’essere approdati alla Apollon Records speriamo renda più facile la distribuzione della loro arte, in cui la capacità di esprimere un sound solido e variegato è accompagnata da un innato talento a trovare sempre la forma canzone, tanto nei brani più diretti quanto in quelli più lunghi ed elaborati. Un riff reiterato costituisce la base su cui poggia l’iniziale “Reintroducing a bit of heat” che poi si sviluppa in un crescendo, in cui l’organo svisa che è un piacere, accompagnato da assoli di ottima fattura. I giri del motore aumentano con “A bloody mess”, offrendo un hard rock immediato e di impatto, in cui la voce emerge nella sua indole rockeggiante, dimostrando il suo eclettismo capace di esprimersi su diverse tonalità, mentre le sei corde fanno un grande lavoro sia in fase ritmica che in quella solista. “Black rope candy” rallenta, si incupisce, abbraccia il doom in un brano più introspettivo, con un groove ricco di fascino, reso ancor più efficace da un’eccellente prestazione tastieristica. L’anima doom di “Perfectly fatal” nella prima parte è marchiata a fuoco da un riff di quelli giusti, ma si mantiene anche successivamente quando il prezzo prende aria e si sviluppa verso il crescendo finale che tradisce la loro propensione progressiva in vista del favoloso trittico finale. “P.I.G.” dà il via allo spettacolo con i suoi oltre nove minuti di libidine pura che parte con toni soffusi, sanciti da una solista dal gusto sopraffino, acquisendo via via, attraverso continui cambi di tempo, una dimensione totale che palesa una capacità compositiva propria solo di chi ha il quid giusto. Difficile pensare di far meglio, ma la successiva “The devil makes work for idle hands” ci prova e ci riesce, attraverso un riff doom e il contrasto tra la timbrica roca delle strofe e quella arcana e suadente dei refrain, prima dell’esplosione finale in cui tastiere e chitarre volano libere in un’apoteosi musicale. Ma non c’è due senza tre, e la band ci regala un altro pezzo da ricordare, il fascinoso “Death of a thousand cuts”, nove minuti e rotti costituiti da una prima parte dispensatrice di feeling epico e sinfonico, in cui la voce di Rick dipinge note meravigliose, per poi esplodere in una cavalcata hard prog travolgente che va a chiudere un album con un posto già prenotato nella mia classifica di fine anno. Gli Hex A.D. si confermano una certezza nel panorama heavy rock odierno, dimostrando talento, attitudine e ambizione tali da meritare traguardi prestigiosi.

Formazione:

Rick Hagan – voce, chitarre elettriche e pedali per batteria e basso

Rowan Robertson – chitarre elettriche e chitarra acustica

Mags Johansen – organo, mellotron, piano e tastiere

Are With Gogstad – basso

Matt Hagan – batteria

Tracce:

  1. Reintroducing a bit of heat
  2. A bloody mess
  3. Black rope candy
  4. Perfectly fatal
  5. P.I.G.
  6. The devil makes work for idle hands
  7. Death of a thousand cuts