Gli All Them Witches sono tornati, dopo sei lunghi anni, e hanno firmato un altro monumentale lavoro, vario, assolutamente non catalogabile se non con grande fatica e azzardi che poi si scontrano con una realtà compositiva che non guarda in faccia a nessuno (o magari a tutti). Sei anni sono passati dal precedente “Nothing As The Ideal”, il batterista e co-fondatore Robby Staebler ha lasciato la compagnia, sostituito da Christian Powers ma l’idea dietro alla musica del gruppo di Nashville non è cambiata di una virgola. Per chi non conoscesse la band proveniente dal Tennessee ricordo che, oltre al nuovo entrato troviamo sempre Ben McLeod alla sei corde, Charles Michael Parks, Jr al basso e al microfono e Allan Van Clave alle tastiere. Dicevamo di un sound che non conosce confini e catene compositive, oggi più che mai condito da una salsa di cui gli ingredienti vanno ricercati, così spesso divisi tra l’ovvietà e l’imprevedibile. “House Of Mirros” non fa difetto, rimane un album che si nutre di psichedelia, così come di doom alternativo e di blues acido, di primi anni Settanta e ultimo decennio del secolo scorso in un turbinio di chitarre stonate e watt appesantiti da note che sono macigni. Prodotto da Eddie Spear che ne ha assecondato lo spirito vintage, l’album è un viaggio lisergico nel deserto dove si incontrano doom, alt rock e blues, davanti a fuochi magici si accoppiano in un delirio orgiastico di suoni e potenza. Dall’opener “Red Rocking Chair” è un susseguirsi di momenti atmosferici e sferragliate heavy rock, dove i generi citati circondano lo spartito come spiriti irrequieti con un anima da tormentare. Ancora “Starting Line”, “Angel On The Wayside” e la conclusiva “Saturn Song” come un fiume di lava trascinano l’album verso l’eccellenza. Non un disco facile, in “House Of Mirros” è d’uopo la voglia di entrare nei meandri di una composizione che non lascia nulla al caso e ci ricopre di emozioni diverse rendendoci più ricchi, bellissimo.