Masterplan. Che ricordi indelebili. Ero un ragazzino quando le riviste, in tempi non sospetti, allegavano al cartaceo un CD con le uscite più stuzzicanti del momento, e in una di quelle compilation comparivano proprio loro. È un’abitudine che si è persa per strada, e me ne dispiaccio, perché aveva un fascino tutto suo: scoprivi una band fidandoti dell’istinto di chi quel disco lo aveva scelto per te.
A distanza di tutti questi anni i nostri tornano alle mie orecchie con “Metalmorphosis”, primo lavoro in studio dopo il lontano “Novum Initium” del 2013, e già il titolo mi strappa un sorriso dei più sinceri. Mi riporta dritto a quando il power viveva il suo massimo acume, a cavallo dei primi anni Duemila: lo amavamo un po’ tutti, magari di nascosto, mentre buona parte della scena si consumava nelle sue sante guerre fra true metal e false metal. Cosa volesse dire di preciso non l’ho mai capito, ma poco importa, perché là fuori c’era chi sognava di levare la spada verso il cielo a caccia di lucertole giganti, e quel candore era parte del divertimento. È proprio a quello spirito che questo disco si rifà e lo fa con piena cognizione di causa.
Il titolo, del resto, non è messo lì a caso. “Metalmorphosis” è prima di tutto incentrato sul concetto di trasformazione ed è la chiave per leggere l’intera opera: Roland Grapow e soci non restano fermi un istante nello stesso punto, cambiano pelle traccia dopo traccia e ci trascinano lungo tutte le sfumature del metallo pesante senza mai smarrire la propria anima melodica. Si parte da casa loro, da un power neoclassico che strizza l’occhio al Malmsteen di “Rising Force”, per arrivare a uno skank in doppia cassa degno del miglior Yngwie. Ma è quando i nostri escono dai propri confini che arrivano le sorprese più gustose. Ci ritroviamo immersi in un power thrash americano di pura matrice Metal Church e Iced Earth, terzinato e cattivo, con la voce che continua imperterrita a rifarsi alla scuola europea. Sfioriamo atmosfere goticheggianti e sinistre, ci perdiamo in melodie dal sapore quasi egittico cullate da chitarre ancora più ribassate, e poco dopo veniamo travolti da un riffing motosega di scuola Grave Digger che più veloce non si può, con una strofa che a un AC Wild dei Bulldozer non potrà che adorare. Altrove, e qui confesso un piccolo sussulto di stupore, il quadro vira addirittura verso le sonorità dei Ghost B.C.: dual leads che si intrecciano sotto un riffing hard rock dal sapore noir, sorretti da tappeti di tastiera che più anni Ottanta non si può. C’è perfino spazio per un’apertura sinfonica dal gusto gotico che avrebbe fatto la fortuna dei migliori Nightwish o Sirenia, prima che il sipario cali su un proto-thrash terzinato in cui la furia si alterna a inserti epici alla Hammerfall.
A tenere insieme questo caleidoscopio ci pensano due costanti. La prima è la voce, di quella scuola anni Ottanta sofferta e vissuta che a me parla una lingua familiare. La seconda è un muro di chitarre dalla botta davvero notevole, con chitarroni a sette corde a sobbarcarsi l’arduo compito di tessere trame cementizie e i pad a riempire le retrovie con discrezione. È soprattutto qui che “Metalmorphosis” guadagna gran parte del suo valore. L’unico appunto, e lo muove chi col suono ci bestemmia ogni giorno, lo riservo al kit di batteria: lo avrei voluto più arioso, meno compresso, capace di respirare sotto tutta questa potenza, invece di restarne quasi schiacciato. Qua e là anche il riffing resta un filo scolastico, ma si tratta banalmente di vizi formali perdonabili.
Alla fine del viaggio ci troviamo in mano un disco onesto e piacevole (ascoltate “The Call”, sintesi del suono Masterplan), opera di una band che dopo tredici anni di silenzio non ha la minima intenzione di adagiarsi sugli allori e che ogni tanto si diverte sinceramente a spiazzarci. La metamorfosi promessa dal titolo c’è tutta e la potenza delle chitarre fa il resto. Per chi scrive, un più che meritato 7/10.
