Attingendo dall’inesauribile sorgente rock scandinava, oggi parliamo degli svedesi Graveyard, nati a Göteborg nel 2006 e provenienti dai Norrsken, in cui militava anche Magnus Pelander poi fondatore degli Witchcraft (clicca sul link colorato per leggere di loro). Il nucleo iniziale è costituito da Joakim Nilsson, Rikard Edlund, Axel Sjöberg e Truls Mörck (in quel periodo alla chitarra). La band forgia il suo stile attingendo dal rock blues dei ‘60 e ‘70, con influenze di Black Sabbath, Cream, Groudhogs, blues, psichedelia,… Siamo di fronte a un sound solido e ricco di groove che permette loro di emergere, attirando consensi in patria e poi, di conseguenza, anche all’estero. Se l’esordio omonimo del 2007 ha fatto rumore, è con il secondo “Hisingen Blues” (2011) che compiono un bel balzo in termini di popolarità, tanto da raggiungere il primo posto della classifica degli album in Svezia; anche i due successivi, “Lights Out” (2012) e “Innocence & Decadence” (2015), ottengono piazzamenti importanti. Nel 2016, nonostante i riscontri ottenuti, la band si scioglie, ma si tratta di una pausa di breve durata e meno di un anno dopo è di nuovo operativa con Joakim Nilsson, Jonatan Larocca-Ramm, Truls Mörck (ora al basso) e Oskar Bergenheim. Con la formazione rinnovata escono l’ottimo “Peace” (2018), che raggiunge ancora il primo posto nella chart svedese, e “6” (2023), quest’ultimo caratterizzato da atmosfere più soul e introspettive, seppur senza snaturare l’anima rock che li contraddistingue. Nel frattempo, si sono fatti le ossa anche dal vivo suonando pure con mostri sacri del calibro di Iron Maiden, Motörhead, Guns N’ Roses, Deep Purple,… Ora è la volta di “Fever”, nuovo lavoro che, rispetto al precedente, sancisce un ritorno a suoni più ruvidi, diretti e pesanti, con brani nati nel corso della vita in tour e affidati per il mixaggio a Pelle Gunnerfeldt che mette la sua esperienza maturata con gruppi ad alta propensione energetica, quali The Hives, Viagra Boys,… L’iniziale “Back from the grave” è una dichiarazione d’intenti grezza e oscura, assolutamente in linea con il titolo e il ritorno a un suono più viscerale che sembra provenire da sottoterra. L’aver condiviso il palco con Lemmy e soci ha lasciato un’impronta smascherata da “Tongue tied”, brano d’impatto, veloce e anthemico. Ancora alto voltaggio con “A better cut (note to self)”, con un riff alla Iommi, mentre potenza del sound e liriche accattivanti trovano un perfetto equilibrio, mentre la voce al vetriolo di Nilsson continua a graffiare ancor più delle chitarre. Ci si aspetterebbe una tregua, ma “Year of the horse” prende per il colletto e sbatte contro il muro, seppur con uno sprazzo di semiquiete lisergica, mentre “A means to an end” ha una ritmica serrata e marziale, destinata a non fare prigionieri, mentre un bell’assolo offre attimi di luce. Finalmente un momento di respiro con “Time to tell” che si muove in territori cari ai Credence Claireater Revival, attraverso un groove splendido e ricco di pathos, mentre “Don’t shoot!” unisce ruvidità hard a una linea vocale più pulita. “Room tempered” torna ad aggredire decisa con un heavy psych dirompente, completato da un assolo ispirato, in attesa dell’ottimo finale di “Dead note”, unico momento in cui riemerge l’anima soul che ha caratterizzato l’album precedente. “Fever” riconferma i Graveyard come una delle migliori entità attuali di hard settantiano, proponendo una scaletta di brani ispirati, da ascoltare a volume sostenuto come ottimo antidoto per scacciare rabbia e tensione… visto che la situazione mondiale attuale ce ne offre continuamente i motivi. Segnalo che in estate, con l’album già pronto, Jonatan Larocca-Ramm ha lasciato la band che allo stato attuale è ufficialmente un trio, in attesa di un eventuale suo sostituto.

Formazione:
Joakim Nilsson – voce e chitarra
Jonatan Larocca-Ramm – chitarra e voce
Truls Mörck – basso e voce
Oskar Bergenheim – batteria
Tracce:
- Back from the grave
- Tongue tied
- A better cut (note to self)
- Year of the horse
- A means to an end
- Time to tell
- Don’t shoot!
- Room tempered
- Dead note