Mi sono preso tutto il tempo necessario per analizzare con la massima attenzione questo lavoro. Chi mi legge sa che per abitudine tendo a recensire gli album già dal primo ascolto, proprio per dare una chiave di lettura il più istintiva e realistica possibile. Ho sempre pensato che la prima impressione di un disco sia quella che ti fa capire fin da subito se stai facendo l’acquisto giusto oppure no. Avendo avuto il privilegio di assistere alla presentazione in anteprima al Dragun Pub di Camogli, il 5 ottobre, la sera prima dell’uscita ufficiale, ho accolto con piacere il consiglio di Peso di recensire il disco solo dopo una serie di ascolti. Ammetto con candore che uscire dalla mia comfort zone metodologica non è stato semplice. Eppure in questo caso mi è servito per darvi una chiave di lettura più emozionale, legata anche al rapporto speciale che mi lega a Peso e a tutto quello che ha costruito in questi anni.
Un minimo di contesto, per chi fosse rimasto indietro. Marco “Peso” Pesenti è il batterista e fondatore dei Necrodeath, nati nel 1984 come Ghostrider insieme a Claudio dopo aver visto i Venom dal vivo. Quarant’anni dopo, con la band congedatasi a inizio 2025 con “Arimortis” e il tour d’addio, Peso il primo gennaio 2026 si è chiuso in studio e ci è rimasto circa otto mesi. Ne è uscito con dodici brani, tutti scritti da lui, musica e testi, suonando non solo la batteria ma anche il basso e cantando, cosa che non aveva mai fatto prima. Al suo fianco Pier Gonella alla chitarra ritmica e alla supervisione della produzione: lo stesso Pier che dal 2007 ha condiviso con lui l’ultima, lunghissima stagione dei Necrodeath. Dietro a B(l)ack in Time esiste e persiste un enorme macchinario fatto di talenti nazionali e internazionali, intervenuti in fase di produzione, registrazione, strumenti e voci, con anche un importante spazio per gli artisti visivi, tra cui Stefano Rumich che ha creato il logo e le fotografie di Massimo Scarpato. Il tutto in completa autoproduzione, senza un’etichetta alle spalle. Questo è un disco dal quale si percepisce una necessità artistica e non un obiettivo calcolato a tavolino, se non quello di far star bene chi lo ha suonato e chi lo ascolterà. Trovo meravigliosa la scelta di aver replicato lo spirito dei demo degli anni 80, con le scritte del bootleg rigorosamente a mano.
E poi ci sono gli ospiti, tanti e graditissimi. Il cerchio si chiude in modo quasi poetico con Mantas dei Venom alla chitarra solista e ai cori su “Apollyon”, primo singolo dell’album: quarant’anni dopo quel concerto, il ragazzo che decise di fare metal guardando i Venom si ritrova uno dei Venom sul proprio disco. Michael Amott (Arch Enemy) firma il solo di “Together We’ll Burn”, dove c’è anche la voce di Zanna (ex Sadist). Eric Forrest (E-Force, ex Voivod) presta voce e cori a “Dark Sacrifice”, Adrie Kloosterwaard dei Sinister urla su “Hell Is Here”, Sibylle Colin-Tocquaine delle Witches compare in “Heaven Without God”, per chiudere le collaborazioni estere con Brogi (Messiah). Sul fronte italiano troviamo Alessio Medici (Violentor), Daniele Piredda (Dohlmen), Ciardo (Delirium X Tremens), Manuel Merigo (Insidia) e Steva (Deathless Legacy). Senza dimenticare Luca Masperone, Valentina Rosasco e Oscar Morchio, che oltre a comparire sul disco formano con Peso la line-up che porterà l’album dal vivo da novembre, con una curiosa formazione a due bassi che Peso ha dichiarato di aver preso in prestito dai Ponte del Diavolo. Chiude il tutto il piccolo Elias, nipote di Peso, con la sua voce nell’intro e nell’outro di “War Is Shit”. Sebbene il marchio di fabbrica dei Necrodeath rimanga presente e distintivo di una formula portata avanti per quarant’anni, in tutto l’album persiste un sentimento di libertà e sperimentazione che permette di attingere da diversi discorsi musicali, dalla seconda metà degli anni ’80 fino a metà anni ’90 e inizio 2000. Si toccano varie branche del nostro tessuto musicale, avvicinandosi ai discorsi più primitivi e tribali di Bathory e Celtic Frost, senza dimenticare la lezione impartitaci da Venom e soci. In linea di principio mi pare che qui ci siano diversi sassolini nella scarpa che ci si vuole togliere, sapendo di poterlo fare liberamente, in un discorso che non ha bisogno di essere impacchettato e imbellettato per piacere di più. Qui c’è l’autenticità di chi si presenta con quello che sente, con l’esperienza e la sapienza di chi lo strumento lo macina da più di quarant’anni. Difficile individuare un solo episodio che rimanga in testa, data la pregevole fattura dei singoli brani. Io qualche easter egg l’ho trovato: in “The Abyss Is Open” torna un effetto sonoro già presente nell’intro della title track di “Draculea”, l’album che i Necrodeath pubblicarono nel 2007 e che, guarda caso, fu registrato proprio ai MusicArt Studios di Pier Gonella. Scelta geniale, a mio avviso. Aggiungiamo una produzione volutamente autentica, estremamente bilanciata e originale, e abbiamo davanti il disco di cui avevamo davvero bisogno, anche se molti di voi neanche lo sapevano. Voto: 10/10