Senza voler apparire didascalico, credo che la definizione più bella per questo ritorno solista di Paul Laine, ce la regali lui stesso: “Ho avuto la fortuna incredibile di realizzare dischi con Danger Danger, Darkhorse, The Defiants, Shugaazer e Jetset Junkies. Ognuna di queste esperienze mi ha insegnato qualcosa e mi ha regalato ricordi che porterò sempre con me. Ma, in fondo, ho sempre saputo che la strada mi avrebbe prima o poi riportato a casa: lì dove tutto è iniziato. Solo un ragazzo con una chitarra, che cercava di dare un senso all’amore, alla vita, alla perdita, alla speranza e a tutto ciò che sta nel mezzo, attraverso le canzoni”. Infatti “The Long Road Back” ci consegna undici brani che mescolano AOR e hard melodico, con influenze di americana, dove appare lo spirito di Bruce Sptingsteen e Jon Bon Jovi, con un senso di meraviglia e bellezza, coadiuvato da un tocco malinconico. Brani leggeri, ma intensi e belli da ascoltare, come “Love Me Or Leave Me”, “Don’t Let Me Go Tonite”, il ritmo godibile di “Come Back To Me” e “Save Me Saturday Night” (chi vi ricordano?), e qualche tocco di energia moderna, come il ritmo martellante tagliato da un synth di “Her Name Is Trouble”. Ma nel complesso il canadese Paul Laine (ad accompagnarlo in questo viaggio il fedele Bruno Ravel al basso, il batterista Scotty “Hooch” Taylor, collaboratore di Paul anche nella realizzazione dei videoclip e il bravo e premiato chitarrista Andrew Oye), predilige l’atmosfera radiofonica, esaltata da una ballata come “Kiss Me California”, ricordo delle sue stagioni americane a mille all’ora negli anni ‘80/’90. “The Long Road Back” è la confessione di un ragazzo che ha sognato di fare la rockstar, per poi scoprire che il posto più bello, citando il titolo dell’album, è tornare alle origini. Un album di rock melodico carico di passione.