Anche se gli Europe in questo decennio hanno intensificato la presenza in concerto, era da nove anni che non pubblicavano un album di inediti. Quindi la curiosità di fan e addetti ai lavori intorno a questo dodicesimo lavoro è più che legittima. “Come This Madness” si muove sulla linea creativa dei dischi post reunion (dal 2003 la line up è quella dello storico quintetto, nda), quindi più energia e meno moine pop/AOR in fase di arrangiamento. Non rinnego la bellezza di dischi come “Out of This World” e “Prisoners in Paradise”, capolavori assoluti che ho amato molto (mi sia concesso dire che il blockbuster “The Final Countdown” fa storia a sé…), ma oggi è un altro tempo, è un’altra musica. Chi vive ancorato a dettami ormai obsoleti e lontani, ne ha il diritto, ma allo stesso modo non può condannare chi guarda avanti e chi accetta che una band si debba sentire a proprio agio nell’epoca che vive. Oggi, non ne facciano una ragione di principio i moralisti della nostalgia, ma gli Europe oramai da anni sono questi: più heavy e più compatti, sempre con l’idea di melodia nella scrittura, ma carburata da una produzione solida, ad opera di Tom Dalgety (Ghost, Rammstein, The Cult, Opeth), uno che – biografia canta – è diventato una vera forza creativa durante l’intero processo, partecipando attivamente alla scrittura e alla registrazione e plasmando il sound dell’album fin dalle fondamenta. Aggiungo l’importanza del missaggio dell’esperto Mike Fraser, uno che ha levigato centinaia di grandi dischi hard&heavy (vi bastano “Permanent Vacation” degli Aerosmith e l’omonimo di Coverdale/Page?). Si parte con “One On One” con un riff su cui Joey Tempest trova subito una melodia vincente, e il gioco di echi mette in risalto anche il lavoro di tastiere, che primeggiano all’inizio di “The Cult Of Ignorance”, con il cantante che estirpa un coro a pieni polmoni, dove si percepisce che il colore della sua voce è cambiato, è – possiamo dirlo? – invecchiato, ma non ha perso nulla della sua forza evocativa. Non a caso è il trascinatore della title track, un pezzo che esalta e ci dice come potrebbe suonare oggi un misto di Deep Purple e Rainbow. “This Time of Year” è la prima ballata dell’album, una traccia che in qualche modo ci restituisce gli Europe degli anni ’80, subito accantonati con il riff spaccamontagne di “In A Different World”, dove la band trova l’equilibrio perfetto tra metal e melodia, con un fascinoso assolo centrale, quasi fusion, di John Norum. “Scandinavian Eyes” e “Takin’ It Back” (dominata da un coro splendido), sono introdotte da un doppio riff chitarra/tastiere che si muovono all’unisono, e rappresentano l’anello di congiunzione con gli Europe del passato, ma solo nella scrittura, perché la produzione mantiene il taglio moderno. Nella prima dobbiamo segnalare uno splendido spazio personale di un John Norum ispirato alla massima potenza. Avanza per voce e pianoforte “In The Absence Of Grace”, ma è una sorta di sintesi degli umori dei testi del disco, che diventano uno specchio su cui si riflettono i tempi attuali, così carichi di contrapposizioni e paure. “The Angels Must Have Flown” è un pezzo arioso, tra l’epico e il sinfonico, che dimostra la volontà degli Europe di cercare nuovi spazi dove cucire la loro ispirazione. La tensione non si abbassa neppure alla fine con “The Devil’s Back” e “Nothing Can Follow This”, due pezzi bellissimi, di puro heavy rock melodico, con un John Norum strepitoso e la band che annoda il tutto, per offrire al cantante di esibire un talento che non scema con il passare degli anni. Poi la biografia ci informa che ci sono i cori sparsi di Tobias Forge (Ghost) e Mikael Åkerfeldt (Opeth) e che la copertina è sviluppata dagli Storm Studio (Pink Floyd, Led Zeppelin, Muse), insomma altre belle cose, ma il punto focale sono le canzoni, che sommate insieme formano un ottimo disco che ci (ri)consegna gli Europe del terzo millennio in piena forma.
Joey Tempest – voce; John Norum – chitarra; John Levén – basso; Ian Haugland – batteria; Mic Michaeli – tastiere
