Gli ultimi dischi dei Darkthrone spaziano già, sia per sonorità che per durata dei pezzi, nell’universo del metal vecchia scuola, di cui il duo si è più volte dichiarato cultore e ammiratore. Certo, per i Darkthrone il tutto deve sempre essere filtrato e mediato con le caratteristiche e il blasone di una band di riferimento del death, quindi le divagazioni e i ritmi differenti restano in un quadro tipicamente Darkthrone. Però dal 2023 Ted Skjellum, vero nome di Nocturno Culto, ha dato vita a quest’altra creatura in cui può divertirsi a cambiare, divagare, mescolare a piacimento le più diverse influenze: dalla cima delle montagne alla profondità dei mari, come dicono loro stessi, passando tranquillamente dall’hard all’heavy dal dal death al doom, fino al black. Nati prima di tutto dalla collaborazione fra Ted e Anders Hegna, chitarra e voce (in questa band la metà dei Darkthrone sceglie di non cantare ma di dedicarsi a una sorta di polistrumentismo che include chitarra, moog, sintetizzatori ed effetti), gli Avrak si sono completati con l’ingresso del batterista Terje Kråbøl e del bassista Steinar Gundersen, mantenendo il tutto norvegicamente bello freddo e oscuro. “Avrak”, come detto, ha dentro un po’ di tutto. La partenza è quasi doom, certo non estremo e più vicino al midtempo che ai ritmi rallentatissimi del genere. Poi lungo le nove tracce del lavoro si colorisce di tante altre sfumature, come dimostra “Unborn” multiforme polipo tra NWOBM e black, a partire dal quinto pezzo, “Varde” che potrebbe appartenere tranquillamente ai Metallica di “Ride The Lightning” e poi giù fino a cavalcate heavy metal che quasi toccano l’universo Maiden. Niente di dozzinale, niente di piacione, nessuna strizzata d’occhio a generi nè scorciatoie facili. Si resta all’interno di una scrittura rigorosissima e attenta a mantenere alta la reputazione dei partecipanti in ogni momento. Old metal recuperato e reso nuovo da suoni, voci e scelte davvero interessanti. Sorprendente il finale quieto e ugualmente inquietante di “Hav”, fra cori, tappeti di synth, sussurri e effetti sonori, concluso da una voce cantilenante che si allontana un po’ alla volta. Come, appunto, un viaggio che finisce nelle profondità. Un disco da università del metal.
