“Mi piacciono i canadesi.
Sono così diversi dagli americani.”
(Da “Mi piacciono i canadesi”, poesia di Ernest Hemingway)
Prefazione. Per chi non la conosce Andromeda è la mia fanzine che esplora in 111 dischi generi, periodi, nazioni e particolarità varie intorno al mondo hard, metal, prog, AOR e rock in generale! Ogni numero viene stampato in 111 copie numerata a mano. Se siete interessati visite la pagina Facebook relativa. Dal numero 8 che esplora la scena hard & heavy canadese anni ’70/’80 (+ ’90) ho estrapolato 33 dischi, escludendo i nomi molto famosi e conosciuti come RUSH, BACHMAN TURNER OVERDRIVE, TRIUMPH, SAGA, BRYAN ADAMS ed eroi da culto come EXCITER e ANVIL, preferendo dare spazio ad artisti e band meno noti, ma che tutti gli appassionati, ne sono certo, conosceranno molto bene. Troverete di tutto e per tutti i gusti, ma voglio precisare che non è una selezione “del meglio”, ma una mappatura di dischi sicuramente belli e importanti, ma il rock Canadese offre una tale vastità di band di valore che ogni selezione verrebbe contestata. Mi auguro che ognuno di voi riesca a scovare qualche nome che gli stimoli la voglia di esplorare più in profondità la scena canadese, veramente ampia, diversificata stilisticamente e soprattutto di qualità altissima. Attenzione: la selezione di questo articolo è relativa solo agli anni ’80. Che dire… buon divertimento!


Il rocker canadese più amato al mondo!!
Magic Power: la magia e la potenza del rock canadese!
In questa personalissima scelta a farla da padrone è l’hard rock melodico, tra FM, AOR e pomp, perché in questo contesto la scena canadese è una fonte inesauribile di perle, di gruppi di talento e dischi bellissimi. Ma il Canada ha davvero un suo suono come in molti affermano? O si tratta solo di una diceria, diventata talmente radicata da avere i galloni di verità? Niente bugie o luoghi comuni: il Canada ha una sua identità, questo è un fatto, il suono canadese appunto. Infatti anche quando una band appartiene a un contesto specifico: hard rock, heavy metal, AOR, prog, power pop, folk, FM che sia, in realtà sviluppa una propria personalità, che in qualche modo, senza subire la pressione dei vicini Stati Uniti, la distingue da ciò che si ascolta altrove. Non si spiega altrimenti l’originalità di band come Rush, The Tea Party, Harem Scarem, Max Webster, Klatuu, Chilliwack, Devin Townsend, giusto per fare alcuni nomi. Ed anche quando apparentemente si dovrebbe parlare di uno stile circoscritto, in realtà non è così. Infatti l’hard rock melodico dei Triumph è unico, l’epic metal dei Sacred Blade ha un proprio marchio, il metal apparentemente classico degli Sword ha un personale segno distintivo, il metal estremo dei Voivod, è figlio di un suono alieno e personalissimo e gli esempi così sono tanti, e molti li troverete tra queste pagine. Naturalmente il Canada ha una tradizione enorme di artisti e band che hanno lasciato il segno nella storia rock, e non parlo solo del passato, ma anche negli anni più recenti. Qualche nome? Joni Mitchell, Neil Young, Leonard Cohen, l’alleanza con l’America dei The Band, Celine Dion, Gino Vannelli, Shania Twain, Nickelback, Danko Jones, Diana Kroll, Arcade Fire, Alanis Morrissette, Avril Lavigne, Cowboy Junkies, Crash Test Dummies, D.O.A., K.D. Lang, Kittie, Klatuu, Lorena Mckennit, Kataklysm, Mandala, Matthew Good, Metric, Nash The Slash, Our Lady Peace, Simple Pan, The Diamonds e The Stampeders… Tutti artisti famosi e significativi, che danno un’idea risolutiva, di quanto talento produca il Canada nei circuiti del rock. Bene, ora band alle ciance, si parte!!

ALANNAH MYLES “ALANNAH MYLES” (ATLANTIC, 1989)
Nata a Toronto, Alannah Myles, inizia a cantare sin da ragazza, ma dovrà attendere i 30 anni per firmare il primo contratto, con cui si lega alla major Atlantic. È sufficiente il singolo “Black Velvet”, accompagnato da un videoclip che esalta la sua bellezza magnetica, ma soprattutto la sua vocalità roca e sexy, per spedire la Myles nel novero dei nuovi idoli del rock radiofonico. L’album, che porta il suo nome, arriva come un razzo nelle classifiche di Europa, America, Australia e in patria, trascinato da brani come “Love Is”, “Rock This Joint”, la ballata “Lover Of Mine”, la ruvida “Still Got This Thing”, che visitano le parti alti delle graduatorie di vendita un po’ ovunque (primo in Canada, terzo nel Regno Unito e quinto in America, oltre a vari dischi di Platino in Europa). Con un debutto che vende oltre sei milioni di copie nel mondo Alannah Myles conquista tre Juno Awards ed un Grammy Awards per la miglior interpretazione rock femminile. Ed è proprio la sua ugola, roca e sensuale, incastonata in riff solidi, che trasudano hard blues, la carta vincente di un album privo di cedimenti, capace di consegnare il rock alle radio, senza particolari concessioni commerciali, mantenendo sempre un impatto reale, salvo qualche passaggio di tastiere, che ha lo scopo di alleggerire le chitarre, anche slide e non mancano i fiati, che esaltano la parte rhythm’n’blues dei pezzi. La Myles, che anche in concerto conferma la qualità del repertorio e una forte personalità, saprà ripetersi con l’ottimo “Rockinhorse” del 1992, anche se il successo non le arride come per il debutto ma, nonostante uscite discografiche diradate, saprà mantenere vivo l’interesse dei fan che, con l’avvento dei social, la ritrovano sempre in forma ed affascinante, con un repertorio a base di rock blues.
ALDO NOVA “ALDO NOVA” (Portrait, 1981)
Nato nel 1956 a Montreal, Quebec, in Canada da genitori italiani, Aldo Caporuscio sceglie il nome d’arte di Aldo Nova quando a 15 anni decide di intraprendere la carriera di musicista. Talento straordinario, in grado di cantare e suonare più strumenti, Nova debutta con il disco omonimo nel 1981 e subito conquista le classifiche con il singolo “Fantasy”, costruito con un’idea armonica semplice, ma irresistibile, che gli permette di diventare uno dei nomi più in vista della nascente scena legata all’hard rock melodico. A dare una maggior spinta alla musica di Nova è la sua predisposizione all’utilizzo della tecnologia, naturalmente finalizzata alla melodia, ecco così sintetizzatori, giochi di echi ed effetti vari che ingigantiscono la bellezza di brani quali “Hot Love”, munita di un refrain seducente, “Foolin’ Yourself” con un accompagnamento di tastiere meraviglioso, “Ball And Chain”, “You’re My Love” e “See The Light”. L’album conosce il grande successo in America, dove si guadagna il doppio disco d’oro, e consente al cantante di lavorare serenamente al disco successivo “Subject…Aldo Nova” che lo consacra anche in patria. Il terzo “Twitch”, ancora una volta costellato di grandi canzoni, arriva dopo forti contrasti con la casa discografica, al punto che l’artista medita il ritiro. Sarà l’amicizia con Jon Bon Jovi, con cui collabora a riportarlo in pista nel 1991 con “Blood On The Bricks”. Il disco è buono e riceve un’ottima accoglienza, ma Aldo Nova preferisce la carriera di autore e produttore, con cui guadagna denaro, premi e gloria, grazie al lavoro, tra gli altri, con la superstar Celine Dion e alla rock band cilena La Ley, famosissima in patria. Torna sul mercato da solista negli anni ’20, con due album che riciclano materiale del passato in nuove versioni e applauditi concerti, che gli regalano una seconda giovinezza, ricca di applausi e successi. Il tempo ha decretato che i dischi di Aldo Nova sono dei classici del rock melodico e che lui stesso veste i meritati panni della superstar.
BRIGHTON ROCK “YOUNG, WILD & FREE” (WEA, 1986)
Dopo aver contribuito, nel 1984, al sesto volume dell’antologia “Q-107 Homegrown” dell’omonima radio di Toronto come Heart Attack, cambiano nome in Brighton Rock e dopo due anni debuttano prima con un EP e poi con questo disco, che riceve le attenzioni del popolo heavy rock, per un’attitudine energica, ma con il solito tocco melodico canadese. Originari di Niagara Falls in Ontario, il quintetto del cantante scozzese Gerald McGhee, si mette in evidenza per una scrittura diretta e semplice, che mescola Def Leppard, AC/DC e Ratt, dove le chitarre trovano il sostegno di bei giri di tastiere, con un impasto perfetto per l’ugola roca e tagliente di McGhee, che disegna in modo efficace le melodie del brano che intitola i disco, e poi “We Came To Rock”, “Change Of Heart”, le power ballad “Can’t Wait For The Night” e “Save Me”, “Assault Attack” che arriva dal primo repertorio del gruppo e le sberle rock’n’roll di “Nobody’s Hero” e “Rock’n’Roll Kid”, quest’ultima un potenziale singolo se solo la WEA ci avesse creduto. Si tratta di brani scritti in modo efficace e vincente per i dettami delle classifiche rock del tempo che, anche per l’ottimo lavoro del produttore Michael Wagener, avrebbero meritato maggior successo. È invece il disco successivo “Take A Deep Breath”, con un suono più leggero, a guadagnare visibilità in classifica, ma è solo un’illusione, quando esce il terzo “Love Machine” nel 1991, siamo in piena tempesta grunge e i Brighton Rock, nonostante una nomina a “Juno Awards Album 1992”, vengono spazzati via. Dal 2001 non mancheranno reunion con concerti celebrativi e benefici, fino al 2020, quando il cantante muore per un tumore.
CONEY HATCH “CONEY HATCH” (Anthem, 1982)
Pur senza aver mai raggiunto il grande successo, i Coney Hatch (dal nome di un vecchio manicomio di Londra), originari di Toronto, sono una delle band molto amata dai cultori dell’hard rock melodico. Autori di un suono energico, filtrato da grandi melodie vocali, vantano tre album nella prima metà degli anni ’80 e le solite reunion celebrative, che hanno portato più denaro e fama rispetto all’attività negli anni della giovinezza, soprattutto le date al Firefest inglese del 2011 e 2014, il Rock n’ Roar del 2013 (anno che frutta anche l’album “Four”) e lo Sweden Rock di dieci anni più tardi. Guidati dai due cantanti Andy Curran (basso) e Carl Dixon (chitarra), i Coney Hatch si appuntano la stelletta di uno degli esordi più belli di questa ampia selezione. In un misto di hard rock essenziale, con riff spigolosi, parti cantante cariche di melodie e cori, spunti FM e AOR, l’album che porta il loro nome, sotto la guida del produttore Kim Mitchell dei Max Webster (vedi scheda), è una sorta di pilastro del rock canadese. Lo dimostrano “Devil’s Deck”, la tagliente “You Ain’t Got Me”, il mid time di “Stand Up”, il rock cromato di “No Sleep Tonight”, l’heavy d’assalto di “We Got The Night” e il mega hit “Hey Operator”, preso in prestito in tempo reale dal repertorio di Aldo Nova (vedi scheda). E come non citare “Victim Of Rock”? Misto di AC/DC e Bad Company, manifesto identitario di un gruppo che anche nei successivi album “Outa Hand”, supportato con 40 data di spalla agli Iron Maiden nel loro “World Piece Tour”, e “Friction”, centrerà il bersaglio. Band sottovaluta, che avrebbe meritato ben altre vetrine.
FIST “IN THE RED” (A&M, 1983)
Quartetto di Ottawa che porta in dote tutta la grandezza del rock canadese, fatto di originalità, soluzioni slegate dalla banalità e quel tocco melodico che mai invecchia. Dopo tre album (il terzo “Fleet Street”, esce in Europa come “Thunder In Rock” a nome Myofist per evitare confusione con i Fist inglesi legati alla NWOBHM), i Fist firmano “In The Red” il loro album più maturo e bello, ricco di brani destinati a dare forza ai loro concerti. Innamorati dell’hard rock coniugato con la melodia, i Fist rimbalzano tra memorie hard blues di Bad Company e Legs Diamond, a tocchi più radiofonici, senza mai concedersi alla mediocrità, anche grazie ad un intelligente uso delle tastiere. L’energica “Undercover Lover”, “Crazy On You”, il blues pop di “If I’m Not Loved”, “It Ain’t Good”, l’AORock di “Over The Line”, l’omaggio alle notti americane con “New York City” con la voce grintosa del chitarrista e fondatore Ron Chenier, in evidenza, sono le tracce migliori di un album che con il precedente e citato “Fleet Street”, si gioca il posto come vetta della loro discografia. I Fist continueranno fino a metà anni ’90, per tornare dieci anni dopo e, tra rari dischi e tour in patria, resistere fino ai giorni nostri, al motto da loro coniato: “40 years + of great Canadian rock”.
GLASS TIGER “THE THIN RED LINE” (Capitol, 1986)
L’idea di questa selezione non è quella di approfondire il panorama AOR, tuttavia alcuni titoli non possono essere esclusi. Non solo per la qualità, ma anche per la risonanza tra i fan del genere. Ecco quindi l’esordio dei Glass Tiger, di Newmarket nell’Ontario, nati come Tokyo e diventati famosi per “Don’t Forget Me” e “Someday”, tratti dal loro album di debutto, ed entrati in classifica. L’album vanta la produzione del gigante Jim Vallance, che convince il suo protetto Bryan Adams a cantare in duetto con Alan Frew la citata “Don’t…”. Altrove è una cascata di AOR ricco di tastiere che in alcuni casi, “Vanishing Tribe” per esempio, sfocia nel pop new wave, vicino a Duran Duran e Simple Minds, grazie ad una pulizia estetica altissima. I Glass Tiger hanno vinto tre “Juno Awards” nel 1986 e due nel 1987, anno dove sono stati anche nominati per un “Grammy Award”. Tutti attestati di stima che confermano la qualità della loro musica, inalterata anche in “Diamond Sun” (1988) e “Simple Mission” (1991), dischi amati da fan e critica dell’AOR hi-tech e sofisticato. Dopo un periodo di silenzio, dove i musicisti si concedono altri progetti, i Glass Tiger tornano nel 2006, per vivere una seconda giovinezza.
GNP “SAFETY ZONE” (Virgin, 1989)
Dopo sette album insieme ai Saga (vedi scheda), Jim Gilmour e Steve Negus (entrambi ex Fludd) approfittarono di una pausa della band a metà degli anni ’80 per lavorare a un progetto parallelo, i Gilmour-Negus Project o GNP. Il risultato è un solo meraviglioso album di AOR che si mescola con art pop e suggestioni progressive. A conferire il tocco di classe definitivo è la voce di Robert Bevan, pescato dal duo pop The Raes, con cui Bevan, in compagnia della moglie Cherrill Rae conquistava le classifiche negli anni ’70. Ho riflettuto a lungo se inserire questo disco, visto che è un progetto parallelo con una sola creazione, ma la bellezza di “How Many Times”, “One Life”, la magnificenza di “No parade” tra cascate di cori che si innestano con la voce solista, e ancora “Remembering”, “Eyes On The Prize”, mi ha convinto che sarebbe stato delittuoso non trovargli spazio. L’unico vero rammarico è che non ci sia stato un seguito, perché “Safety Zone” è un’autentica perla di eleganza in chiave melodic rock.
GOWAN “GOWAN” (Columbia, 1982 – AOR)
Nato in Scozia, ma adottato dal Canada, Lawrence Henry Gowan è un cantante e tastierista noto per aver rivitalizzato negli anni duemila i grandi Styx, ma non possiamo sottovalutare la sua carriera solista, iniziata nei primi anni ’80, dopo essersi diplomato al Royal Conservatorio di Toronto. L’esordio è uno degli album più amati dai fan di AOR/pomp rock, dove Larry stupisce per la destrezza dell’abilità strumentale, di cantante versatile e non ultimo di grande compositore. Nella sua musica troviamo la grandeur di Meat Loaf, l’energia dell’hard rock melodico e il tocco progressivo di Styx e Kansas. Nei dieci brani di questo disco, prodotto da Rob Freeman (John Miles, Ace Frehley), con il contributo del chitarrista Kim Mitchell (Max Webster, vedi scheda) non c’è un solo passaggio a vuoto, con le vette assolute di “Jet White”, “Keep Up The Fight” con un refrain mastodontico, “Come A Little Closer” che ricalca i contemporanei Asia. Mentre “Send Me Energy” è un pop accattivante con suoni moderni per il tempo e chiudo citando la ballata per pianoforte “I Was Only Looking” che evidenzia la splendida vocalità del futuro Styx. Larry Gowan, prima di approdare negli Styx, pubblica altri tre ottimi album in proprio, che evidenziano tutto il suo sottostimato talento di protagonista del rock radiofonico.
HARLEQUIN “ONE FALSE MOVE” (Epic, 1982 – HRM)
Quando si dice il destino. 1977, in un club di Toronto entrano due collaboratori di Jack Douglas, il produttore degli Aerosmith. Lo scopo è quello di visionare una band, ma la security, causa sold out, sbarra la salita al piano superiore e così i due si accontentano di ascoltare una band quasi debuttante di Winnipeg che si esibisce a ridosso del bancone bar. La relazione è ottima, al punto che Douglas, dopo aver ascoltato un paio di demo, li introduce alla Epic, con cui esordiscono nel 1979 con “Victim Of Song”, con i due scopritori in veste di produttori. È l’inizio di un bel viaggio artistico che genera quattro apprezzati album e tre successivi alla reunion di inizio millennio, anche se di fatto il gruppo non si è mai sciolto ufficialmente, lasciando frammentarie tracce live negli anni. Dopo un buon secondo disco “Love Crimes”, è con il successivo “One False Move” che il quintetto guidato dal bassista Ralph James, firma il disco per cui vengono citati negli ambienti dell’hard rock melodico. Trascinato dai singoli “Superstitious Feeling” e “I Did It for Love” l’album celebra il connubio energia e melodia con efficacia, con il supporto di riff di chitarra e tastiere e parti vocali che nei refrain, trovano sempre il piedistallo dei cori, come dimostrano “Hard Road” e “Say Goodnight”, un power pop irresistibile. Nel 2006 gli Harlequin vedono premiata la loro costanza, con l’inserimento nella Western Canadian Music Hall of Fame.
HAYWIRE “DON’T JUST STAND THERE” (Attic, 1987 – HRM/AOR)
È Charlottetown la cittadina da cui inizia il viaggio verso il sogno degli Haywire, una di quelle band che più di altre ha dato forma al suono hard melodico/AOR di marchio canadese. Vincono il concorso “Q104 Homegrown” e registrano prima un singolo e poi un EP, che li pone all’attenzione di alcuni manager che, dopo la conquista del premio “Battle Of The Band” di Labatt, li introducono alla Attic, per cui debuttano nel 1984 con un disco che porta il loro nome. Il successo è immediato e due anni dopo arriva “Bad Boys”, che anticipa il loro album di maggior fama, quel “Dont Just Stand There”, prodotto dall’esperto Brian Allen (musicista con Champion, Rose e Toronto). Il disco, che si apre con “Dance Desire” (che rappresenta il Canada ai “World Popular Song Festival” in Giappone), un brano che entra di prepotenza in classifica, è una gemma di AOR, calibrato da suoni hi-tech, cori accattivanti e con la voce melodica e potente di Paul MacAusland, assolutamente protagonista di “One Heart Affair”, “Black And Blue”, “Hard Reaction” e “Separate Dreams”, con giochi di chitarre e tastiere, che rievocano Def Leppard e Bon Jovi. Proveranno a conquistare anche l’America gli Haywire, ma anche a causa di un contratto capestro, non troveranno sbocchi. Verranno travolti negli anni ’90 dal cambio generazionale, preferendo ritirarsi con dignità. Nel 2006 ricevono vari premi celebrativi, si parla di reunion e di un nuovo disco, ma nulla si concretizza.

HEADPINS “HEAD OVER HEELS” (MCA, 1985 – HRM/AOR)
Formatisi a Vancouver sul finire degli anni ’70, per iniziativa di Ab Bryant e Brian MacLeod, come progetto parallelo dei loro Chilliwick, gli Headpins diventano ben presto un progetto solido e duraturo con una propria vita e di buon successo. Merito anche dell’ugola potente e grintosa di Darby Mills, una bionda dalla criniera leonina, un fisico atletico che ruba lo sguardo e con un’ugola degna di Tina Turner. È anche la sua voce a rendere attrattiva la musica del gruppo, puntellata su riff alla AC/DC e una base hard blues alla Bad Company, infarcita da un tocco radiofonico. Questo terzo è il loro disco più apprezzato, grazie a brani d’impatto dal forte gusto melodico come “Still The One”, “Hot Stuff”, “Chain Gang” dall’umore disco rock, la sincopata “Never Come Down…”, fino a “Don’t Matter What You Say” con un coro trascinante, la finta ballata “Be With You” e il power rock di “Burnin’ At Both Ends”. Quando Brian MacLeod non ascolta l’invito del manager degli ZZ Top, a cui facevano da spalla, di non fare il bis richiesto dal pubblico, gli Headpins incontrano ostacoli nel music business e dopo l’abbandono della Mills si sciolgono, non prima di averci provato con Chrissy Steele al canto, ma quando MacLeod si ammala di tumore, il disco esce come solista della Steele. Gli Headpins torneranno solo in concerto, con vari musicisti e cantanti per riunirsi qualche anno fa con la Mills.
HELIX “NO REST FOR THE WICKED” (Capitol, 1983 – HR)
Lo troverete scritto in più posti, ma gli Helix rappresentano alla perfezione il sound canadese, pennellato di originalità anche se parte da presupposti classic rock. Infatti i ragazzi di Kitchener (Ontario), sono un quintetto a due chitarre, che rilegge il sound rovente degli AC/DC, con tanto di voce grintosa e ritmica squadrata. Ma questa attitudine riesce comunque a proporre dosi di personalità, soprattutto nella costruzione delle melodie, che pescano al glam rock dei ’70 (la band nasce nel 1974), ma di fatto anticipano l’hair metal che verrà e sarà proprio questa scelta, definita al meglio con “Long Way To Heaven” a fargli lo sgambetto. Infatti sarà proprio la concorrenza americana, supportata da produttori ed investimenti di portata irraggiungibile, a schiacciare le potenzialità commerciali del quintetto. Questo terzo album, trascinato dal singolo “Heavy Metal Love” è forse il disco più equilibrato della loro lunga discografia, capace di dividersi tra le pulsazioni heavy degli esordi e la ricerca della vetrina di MTV della seconda metà anni ’80. Il disco si apre con la melodia ruffiana di “Does A Fool Ever Learn” e continua con l’energia di “Let’s All Do It Tonight”, poi l’inno citato “Heavy Metal Love”, le lusinghe funky della title track, l’energia di “Don’t Get Mad Get Even” con un grande coro, la divertente “Ain’t No High Like Rock’n’Roll” e la dinamica “Dirty Dog”, il mid time di “Never Want To Lose You” camuffato da ballata rock blues. L’album si chiude con “White Lace And Black Leather”, riff heavy ed una melodia vicina agli Starz, a testimoniare da dove arriva il sound degli Helix. Sfioreranno il successo, per poi tornare nei ranghi, ma il quintetto del cantante Brian Vollmer, unico componente sempre presente nella band, ancora oggi porta in giro le sue dosi di pulsante rock’n’roll, sempre al motto di… heavy metal love!
HONEYMOON SUITE “RACING AFTER MIDNIGHT” (WEA, 1987)
Fondati nel 1981 a Niagara Falls, Ontario, gli HS sono una delle band più famose e di maggior successo del panorama hard rock canadese, capaci di portare la magia della loro musica, istintiva, ma sempre ben curata, ben oltre i confini nazionali, conquistando successi in America e buona notorietà anche in Europa. Il debutto omonimo del 1984 è uno dei capisaldi dell’hard melodico canadese, ma a ben vedere la band del cantante e chitarrista John Dee, non ha mai sbagliato un bersaglio, infatti anche questo terzo lavoro è impeccabile, sia dal punto di vista estetico, scelta di suoni e strumentazione, che della scrittura. Brani come “Lookin’ Out For Number One”, “Long Way Back”, “Other Side Of Midnight”, “Love Changes Everything”, “Fast Company”, hanno il dono di imprigionare l’ascoltatore sin dal primo ascolto, grazie ai giochi di chitarre e tastiere, tra riff, cori e melodie ampie. Inoltre in chiusura ascoltiamo una versione remixata della malinconica ballata “Lethal Weapon (Arma Letale)”, utilizzata per l’omonimo film campione d’incassi con Mel Gibson e Danny Glover. Grande band in giro ancora oggi.
KICK AXE “VICES” (Pasha, 1984)
Grande e sottostimata band di Regina, nella provincia di Saskatchewan, i Kick Axe sono un quintetto che a metà anni ’80 ha pubblicato tre album di meraviglioso hard rock con venature melodiche e qualche inflessione progressiva. Il tutto marchiato da una personalità inimitabile, anche grazie alla vocalità aspra ed allo stesso tempo melodica dell’americano George Criston, che veleggia sui riff di due chitarre, in un gioco di specchi tra Rush, Led Zeppelin e The Who, band che coverizzavano ad inizio carriera. L’esordio “Vices” vive sulla grandeur heavy rock di pezzi memorabili quali “Heavy Metal Shuffle”, “Stay On Top”, gli intrecci acustici di “Dreamin’ About You”, potente ballata bluesy, le trame ardite di “On The Road To Rock” e “Cause For Alarm”, due tra i pezzi migliori di un disco bellissimo, che si chiude con l’enfasi di “Just Passin’ Through”. Dopo tour di spalla a Judas Priest, Scorpions, Helix, Ratt, Krokus, Whitesnake e Quiet Riot, sapranno ripetersi anche con il successivo “Welcome To The Club”, sempre prodotto dal luminare Spencer Proffer, grazie ad una scrittura originale e di classe, a cui non viene mai a mancare l’energia. Lo dimostrano “Feels Good Don’t Stop” con un basso vivace, “Comin’ After You”, ballata sensuale cantata da Criston con un trasporto emotivo enorme. E ancora “Make Your Move” che raccoglie l’intero spirito della scena canadese, con la sua originalità pur in un classico heavy rock in 4/4 e poi via a scorrere altri brani coinvolgenti, fino alla chiusura del classico “With a Little Help from My Friends”, alimentata dai cori di tanti amcii della scena canadese, di cui anche i Beatles e Joe Cocker sarebbero fieri. Come quartetto, partecipano alla colonna sonora del film “Transformers” (1986) con “Hunger”, una delle tracce donate ai King Kobra l’anno precedente e l’inedito “Nothin’s Gonna Stand In Our Way”, venendo accreditati con lo pseudonimo di Spectre General. Dopo il passo indietro di “Rock My World”, si trovano vittime di truffe manageriali, che portano alla fine dei sogni. Tornano nel 2004, privi di Criston, con il credibile “IV”, per poi sparire nuovamente.
KILLER DWARFS “STAND TALL” (Maze Records, 1986)
Band di Toronto che negli anni ’80 ha spopolato in patria, portando il suo heavy rock diretto e melodico in classifica e nelle cronache musicali sia nella vicina America che in Europa, principalmente grazie al supporto della stampa, innamorata dell’attitudine semplice e diretta di questo quintetto, capitanato dal cantante Russ Dwarf (163 cm di voce grintosa e humor folle!!), che guida i suoi compari sulla linea dei Ramones, tutti con il medesimo cognome (Bad Ronald, basso; Darrell, batteria e Mike, chitarra). Tra hard rock, class metal primordiale ed una scrittura che tende sempre a cercare linee melodiche vocali efficaci, i Killer Dwarfs arrivano dopo un buon debutto a questo “Stand Tall” che, grazie al supporto di Much Music e MTV, che spinge i videoclip di “Stand Tall” e “Keep The Spirit Alive”, permettono al disco di vendere quasi centomila copie. Più borghesi dei Twisted Sister, meno eleganti dei Dokken, trascinanti come i Def Leppard, i Killer Dwarfs conquistano il pubblico, anche in concerto, con brani diretti come “Human Survival”, “Believe In Me” e “Out In The Streets”, cadendo nel trappolone della ballata romanticona solo con “Up To You And Me”. Per il resto, con il cantato micidiale di “Borderline” e il mid time di “Through Animal Eyes”, il quartetto offre arena rock ad alto tasso adrenalinico privo di pause. Con i dischi successivi “Big Deal” e “Dirty Weapons” il gruppo mantiene qualità artistica e successo, per poi inciampare all’ingresso del nuovo decennio. Torneranno ad intervalli irregolari con la medesima ironia e voglia di elettricità melodica.
LEE AARON “METAL QUEEN” (Attic, 1984)
Forse non è l’unica metal queen del rock, ma certamente Karen Greening, in arte Lee Aaron, è una delle prime metal queen in assoluto. La sua storia artistica inizia a fine anni ’70, per poi prendere forma compiuta a ridosso della pubblicazione del disco di debutto, quando assume il nome con cui è conosciuta in tutto il mondo. “The Lee Aaron Project” del 1982, realizzato con il contributo di nomi noti della scena rock canadese (Moxy, Santers, Triumph…), viene accolto bene anche in Europa, tanto che la cantante si esibisce in Inghilterra al Festival di Reading. A fine anno la Aaron accetta di farsi fotografare a seno scoperto dalla rivista per uomini Oui, una mossa che attribuisce alle pressioni del manager, ma che in qualche modo frena la sua credibilità. Nel 1984 come solista pubblica quello che per molti è il suo album migliore e più conosciuto e che le regala il soprannome: “Metal Queen”. L’album è un concentrato di arena rock e metal melodico, con la voce acuta e diretta della Aaron che duella con la chitarra di John Albani (Wrabit), che diventerà per molti anni un collaboratore fisso, anche nella scrittura dei pezzi. Dalla title track a “Lady Of The Darkest Night” a “Head Above Water” a “Steal Away Your Love” al singolo dal riff spacca-montagne “Shake It Up” e “We Will Be Rockin’”, il disco è un concentrato di riff e refrain cantabili a pieni polmoni, che ancora oggi funzionano bene, compresa la ballata epica “Got To Be The One”. Per tutto il decennio, spostando l’asse del suono verso un AOR/FM rock (“Body Rock” del 1985 è un piccolo classico), la cantante vive momenti di successo, anche in Europa e America, tenta la strada del jazz e del pop, ma con “Fire and Gasoline” nel 2016 torna al rock, ricevendo chiamate da importanti festival. Anche se delle sedici candidature ai Juno Awards, nessuna arriva alla vittoria, Lee Aaron rimane uno dei personaggi centrali del rock canadese.
LOVERBOY “GET LUCKY” (Columbia, 1981)
Sono una delle band più polari del rock canadese con propensione alla melodia. Si formano a Galgary nel 1979 e dopo alcuni rifiuti, il cantante Mike Reno (ex Moxy a nome Mike Rynoski) e il chitarrista Paul Dean (ex Streetheart), trovano conforto con la Columbia che li accoglie e li prepara all’album di esordio, che esce in patria nell’agosto del 1980. Ed è subito Loverboy-mania, grazie ad uno stile sintetico e pulito, che unisce la freschezza del power pop con un’idea radiofonica che alcune volte sfocia nell’AOR. Naturalmente ampio spazio a tastiere e cori, anche se la chitarra è sempre presente. L’album è un instant-hit che vende milioni di copie in Canada e America, con il supporto ai concerti di Cheap Trick, Def Leppard, Kansas e ZZ Top. Dopo pochi mesi è già tempo di “Get Lucky”, sempre prodotto dall’esperto Bruce Fairbairn, che supera il tetto dei quattro milioni e genera successi enormi come “”Working For The Weekend, “Take Me to the Top”, “Lucky Ones”, “Jump” e “Gangs In The Streets”, perfetti esempi di AOR/hard melodico. È l’inizio di un viaggio, che a fasi alterne dura ancora oggi, ricco di successi e soddisfazioni, stilisticamente statico, ma che non perde mai il rispetto di fan e critica. I due leader si concedono escursioni soliste ed esterne, dove è doverose segnalare il progetto Just-If-I del cantante Mike Reno con il chitarrista dei Journey Neal Schon.

ORPHAN “LONELY AT NIGHT” (Portrait, 1983)
Dopo un lustro a nome The Pumps, nome scelto consultando a casaccio un elenco telefonico, gli amici Chris Burke-Gaffney (voce, basso) e il batterista Terry Norman Taylor, quando il chitarrista solista Lou Petrovich decide di abbandonare il gruppo, si convincono di continuare con un nuovo monicker. Come Orphan trovano subito un alleato nell’etichetta Portrait, che apprezza la svolta AOR del nuovo corso, rispetto al power pop del passato. “Lonely At Night”, prodotto dal luminare Lance Quinn, guadagna l’affetto del pubblico, sedotto dai singoli “Miracle” (Top Ten in patria) e appunto “Lonely At Night”, accompagnati da due videoclip in forte rotazione nella nascente MTV, che li aiuta anche ad esplorare le classifiche americane. La band si fa apprezzare in concerto e così la fama si estende oltre i confini degli appassionati di AOR. La morte per tumore del batterista Ron Boisvenue frena l’ascesa, che riprende quando esce “Salute” del 1985, che perde un certo impatto pomp e suona più leggero. A questo punto gli Orphan, dopo un tour condiviso con i Platinum Blonde, traballano e decidono di sciogliersi. Con il passare del tempo i due brani citati diventano dei classici, trasmessi ancora oggi dalle radio classic rock canadesi.
PROTOTYPE “PROTOTYPE” (Mercury, 1983)
Progetto di studio edificato da Dan Lowe, che dopo aver suonato con Painter, Hammersmith, e 451° e prodotto Pretty Rough, White Wolf e gli ottimi Qwest (vedete quanto è ampia la scena canadese!!, ritenta l’avventura discografica. Coinvolge l’amico chitarrista Brad Steckler (ex 451°) e costruisce la band intorno al tastierista canadese Doug Riley, a cui affida però il ruolo di cantante solista, lasciando i tasti d’avorio a Ted Alexander. Scelta saggia perché la sua timbrica alla Lou Gramm ben si amalgama con i brani dell’unica testimonianza su vinile, un AOR robusto figlio di Foreigner, Journey e Toto e Alexander si rivela tastierista capace di ottime scelte, sia nei suoni che nei ricami. Lasciatevi rapire da “Behind Your Eyes”, “Video Kids”, “Mean Street”, la ballata alla Supertramp di “I’m Sorry”, “Soldier” e “Live Forever” degna dei migliori The Babys di John Waite, e scoprirete un album di rara bellezza, il punto di incrocio perfetto tra AOR e pomp rock.
RECKLESS “RECKLESS” (Harvest, 1980)
Guidati dal talentuoso chitarrista Steve Madden e dalla cantante Jan Melanson, due anni dopo la fondazione, i Reckless, originari dell’Ontario, debuttano con un album destinato a diventare un classico da culto dei primi anni ’80. In bilico tra taglienti riff metal e un cantato melodico, ma potente, “Reckless” si muove sinuoso con uno stile originale che mescola tradizione hard americana e l’energia del nascente heavy metal. L’iniziale “Victim Of Love” è uno dei brani più epici del periodo, con un riff stellare, su cui Jan deposita un cantato tagliente e quasi mistico, fino all’assolo alieno di chitarra, per un pezzo che è diventato un autentico classico del metal underground. Il disco si pasce anche di altri pezzi memorabili come “Givin’ It All Away”, “Ready For Action” e “All Night Woman”, che svelano la parte più hard della band, mentre “Heartache Rock An Roll” e “Could Be This Love” sembrano outtake dei primi Foreigner. Con “Reckless” (il pezzo) e “Passion & Pain” si torna ad un approccio metal, con tanto di riff in terzina. Il disco si chiude con la splendida “Searching For A Dream”, un mid time carico di enfasi, con la voce della Melanson che comanda il gioco, anche nello splendido refrain. Recensione contrastanti e forse problemi di coppia tra i due leader silenziano il gruppo fino al 1984 quando esce “Heart Of Steel”, con il nuovo arrivato Douglas Lang Adams al canto, che passa dall’epic metal dei Witchkiller (vedi scheda) al glam di questo lavoro, che segna la fine del gruppo. “Reckless” è stato ristampato nel 2008 con una copertina diversa e tre canzoni bonus.
REFUGEE “BURNING FROM THE INSIDE OUT” (Polydor, 1987)
Nati a Toronto nel 1979 come Michael Fury (dal nome di un personaggio del racconto “The Dead” di James Joyce), dopo alcuni assestamenti di line up, sotto la guida del cantante Myles Hunter (ex Avalon) e di Brian J. Doerner (Saga, Helix), considerato uno dei migliori batteristi canadesi, pubblicano un disco di AOR che genera confusione, perché molti pensano che sia un cantante solista e non una band. A questo punto interviene la Chrysalis che ristampa il disco a nome Refugee e il gruppo ottiene un buon riconoscimento, che cresce con il successivo “Burning From The Inside Out”, dove la scrittura si fa più concreta e l’AOR si incastra con l’energia dell’hard rock melodico. Anche se entrambi i dischi sono considerati dei piccoli classici del rock melodico, è con il secondo che i Refugee trovano ampi consensi dalla critica che li avvicina a Bon Jovi e Journey. Il paragone è pesante, tuttavia brani come “Survival In The Western World”, “Love Survives”, la frizzante title track con un bel gioco ad incastro chitarra/tastiere e la struggente ballata “Lay Me Down”, confermano l’alto tasso qualitativo del gruppo, di cui si perderanno presto le tracce.
SACRED BLADE “OF THE SUN + MOON” (Black Dragon, 1986)
In quei meravigliosi e bizzarri circuiti che solo la musica metal underground può generare, i Sacred Blade, formatisi a Vancouver nel 1979 intorno agli amici Jeff “The Pilot” Ulmer (voce, chitarra) e Will “Nacsar” Rascan (chitarra), con un solo disco; arrivato dopo un paio di acclamati demo tape e l’apparizione alla raccolta “Metal Massacre IV”, pubblicato da un’etichetta francese, la mitica Black Dragon; sono diventati una sorta di piccola leggenda del metal irregolare mondiale. Irregolare perché le tracce che alimentano “Of The Sun + Moon” non hanno riferimenti precisi, ma generano un disco intenso e completo, si muovono infatti tra retaggi della NWOBHM, un alone di proto metal prog ed una tendenza a dilatare le composizioni, con code strumentali ed assoli di chitarra melodici che dominano le strutture, mentre il cantato si posiziona in superficie, quasi algido ed alieno. L’album è una sorta di concept, che chiama in causa fantascienza ed esoterismo, in un misto surreale che tra i solchi della title track, “Fieldz The Sunshrine”, “Salem”, “The Enlightenment / Master Of The Sun” e la conclusiva “Moon”, una suite di otto minuti, diventa una miscela di grandeur e ruvida raffinatezza. Nonostante il plauso della critica, che li definisce i Blue Öyster Cult del metal, i Sacred Blade scompaiono dalle scene. Torneranno nel 2005 a nome Othyrworld con un album che rievoca le atmosfere di “On The Sun+Moon”, per poi riprendersi il nome originale e suonare dal vivo in festival importanti, purtroppo senza Jeff Ulmer morto nel 2013. Sacred Blade: una leggenda metal underground.
SANTERS “RANCING TIME” (Ready records, 1982)
Sottovalutata band di Toronto, fondata dai fratelli Rick e Mark Santers, chitarrista e cantante il primo, batterista il secondo e completata dal bassista Rock Lazaroff. Nella prima metà degli anni ’80, con tre bellissimi album, hanno rafforzato il valore della scena canadese, in un misto di hard rock, melodia e soluzioni innovative, soprattutto con arrangiamenti di chitarra arpeggiata e l’utilizzo di cori efficaci. Dopo l’esordio “Shot Down In Flames” (1981), firmano il loro capolavoro, quel “Racing Time” che ancora oggi viene citato come uno degli album più significativi dell’intera scena hard canadese del decennio. Merito di brani elaborati con intelligenza, costruiti su armonie non scontate, con echi di Led Zeppelin e Queen, anche se poi a fare la differenza è il tocco… canadese. L’iniziale “Mistreatin’ Heart” è uno dei pezzi fondamentali della loro storia, con quel giro di pianoforte che contrappunta il riff cromato di chitarra, su cui Rick costruisce un refrain mastodontico. Altre perle sono “Still I’m”, ballata che poggia su una trama vocale emozionate su cui poi si adagia un riff secco, con rimbalzi acustici ed elettrici da brividi. In “Road To Marocco” il trio pigia sull’acceleratore, dimostrando di muoversi con destrezza anche con la velocita, ma a confermarci che i Santers avrebbero meritato ben altra considerazione è “Back Streets”, perfetta combinazione tra arena rock, AOR e hard rock, con le tastiere che supportano un riff iper melodico, senza dimenticare l’intensità di “Winter Freeze” e il calore elettrico del mid time “Hard Lovin’ You”. La band ci riprova con “Guitar Alley”, ma deve arrendersi all’evidenza di vivere nelle retrovie. A questo punto Rick accetta di unirsi ai giganti Triumph come quarto uomo sul palco (chitarra, tastiere e cori) e così i Santers chiudono la storia. Torneranno nel 1999 con il più che credibile “Top Secrecy”. Grandissima band!
SHERIFF “SHERIFF” (Capitol, 1982)
Progetto che avrebbe meritato ben di più dell’etichetta di “One-Hit wonder” che si trovano appiccicata dopo la fine di questo progetto che prende vita nel 1981 e nemmeno un anno dopo trova forma compiuta con un album che definire clamoroso è poco. Tra i sentieri dell’hard rock melodico imparentato con l’AOR pochi dischi negli anni ’80 hanno raggiunto queste vette. La formazione si forma a Toronto intorno al tastierista Arnold David Lanni, vero motore compositivo, con alcune tracce condivise con il chitarrista Steve DeMarchi, e su tutto domina l’ugola stratosferica di Freddy Curci, un autentico fuoriclasse. Il successo citato in apertura è il singolo “When I’m with You”, una ballata meravigliosa (“Top Ten” in patria e 61° posto negli Stati Uniti nel 1983), buon piazzamento anche per “You Remind Me”, che con la rovente “California”, “Makin’ My Way” con un coro degno dei Boston, band a cui gli Sheriff guardano con ambizione, rendono questo disco una perla. Ma è l’intera scaletta che non presenta un solo passaggio a vuoto, anche “Kept Me Coming” il pezzo più hard e il mid time di “Mama’s Baby”, apparentemente di seconda fascia, sono pezzi notevoli. Con gli echi degli Styx di “Crazy Without You” e il coro irresistibile di “Elisa” gli Sheriff dimostrano di conoscere il segreto per stregare l’ascoltatore, che davanti alla magnificenza di “Living For A Dream”, suggestioni prog dipinte con un synth che duplica gli acuti di Curci, non può fare altro che inchinarsi. L’album si chiude con un classico pezzo ritmato “Give Me Rock’N’Roll”, che ci riporta all’energia primordiale degli anni ’50. Purtroppo per tensioni interne la band decide di ritirarsi. Sei anni dopo “When I’m With You” torna in radio grazie ad alcuni DJ che la rilanciano, mentre nel 1989 torna in classifica come singolo. E i protagonisti degli Sheriff? Curci e DeMarchi si uniscono con ex membri degli Heart per formare gli Alias (vedi scheda), mentre Lanni e Hassel formano i Frozen Ghost, band AOR di successo. Lanni diventerà un produttore acclamato (Our Lady Peace, Finger Eleven e Simple Plan). “Sheriff” resta, ancora oggi, un disco bellissimo.
SMASHED GLADYS “SOCIAL INTERCOURSE” (Elektra, 1988)
Nella moltitudine di street metal band della seconda metà degli anni ’80, gli Smashed Gladys avrebbero meritato di splendere più di mille altri nomi. Tuttavia il destino non ha sorriso a questo quintetto a due chitarre, nato nel 1985 a Toronto nel 1984 e che dopo essersi trasferito a New York in cerca di fortuna, ha incrociato la cantante Sally Cato, una ragazza sfrontata dalla voce di vetro e dalla forte presenza scenica, capace di esibire sul palco con un’attitudine totalmente rock’n’roll. Sally si era fatta notare nei club della città e già nel 1979 era nella mischia con gli Androids, con cui pubblica un singolo di power pop punk. Il primo a notare Sally è Gene Simmons dei Kiss che introduce la band alla HM America, con cui pubblicano l’esordio omonimo. A questo punto tra notti folli, concerti in club malfamati, ma anche con Cheap Trick e Nazareth, arrivano a firmare con la Elektra. Il riusltato è “Social Intercourse”, una bomba di heavy rock che mescola AC/DC, Mötley Crüe, Junkyard e tutta la tradizione di rock stradaiolo, fino alle radici del glam. Chitarre infuocate, basso e batteria che invadono gli spazi e la voce di Sally che gratta ogni nota. Nascono così “Lick It into Shape”, “17 Goin’ on Crazy”, “Play Dirty” e “Hard To Swallow”, nella ballata “Eye Of the Storm” il cantato segue l’impronta di Robert Plant, mentre in “Cast of Nasties” ascoltiamo la voce del gigante Ozzy Osbourne. Tutti i pezzi sono firmati dalla Cato con il chitarrista Bart Lewis, con la supervisione del produttore Ric Browde (missaggio di Michael Wagener), uno che ha addomesticato Ted Nugent, Faster Pussycat e Jetboy. Nonostante il plauso della critica di settore gli Smahshed Gladys non superano l’esame e cedono le armi dopo un tour. Sally Cato muore nel 2020, mentre i vari musicisti alimenteranno la scena street/glam americana, consegnando “Social Intercourse” al ruolo di disco da culto.
SWORD “METALIZED” (Aquarius, 1986)
La più grande metal band canadese? Se ci focalizziamo nel panorama strettamente metal è difficile confutare questa ipotesi. In soli due dischi nella seconda metà anni ’80, hanno portato la freschezza del metal tecnico a tutto il popolo metal, dimostrando che un’attitudine tra prog e speed, può coesistere con l’energia e la potenza del primo metal britannico. Formatisi a Saint-Bruno, Quebec nel 1980 come band tributo dei Kiss, compiono una crescita graduale, scoprendo le meraviglie della NWOBHM e poi l’espressione audace del metal americano. Fondendo le due scuole trovano una propria identità, ingigantita dalla cocciutaggine di individuare un suono perfetto, che grazie ad una produzione sontuosa, a cui il quartetto stesso contribuisce, ingigantisce ogni passaggio, rendendo il tutto ad un passo dalla compiutezza, anche grazie alla voce lancinante e roca di Rick Hughes. Il debutto “Metalized” è considerato all’unanimità uno dei capolavori assoluti dell’heavy metal anni ’80. E non servono tante spiegazioni, è sufficiente ascoltare “F.T.W.”, “Children Of Heaven “, “The End Of The Night”, “Stoned Again”, “Where To Hide” e “Evil Spell” per cogliere appieno la potenza di questo album, seguito dall’ottimo “Sweet Dreams” 1988, accolto sempre con fervore da pubblico e critica. Tuttavia, nonostante il supporto, anche dei colleghi e la partecipazione a varie compilation, gli Sword si perdono, quasi inspiegabilmente tra le nebbie di fine decennio.0 Troveremo Rick Hughes nel 1992 alla guida dei Saints & Sinners, per un bel disco omonimo di hard rock, prodotto da Aldo Nova e poi per una carriera solista di pop rock singer, con testi in francese. Gli Sword invece torneranno nel 2022 con immutato entusiasmo con “III”, un disco degno del loro nome.



TEAZE “ONE NIGHT STANDS” (Aquarius, 1978)
Nascono come Ontario per poi modificare il nome in Teaze. La città di origine Windsor, non è così lontana da Detroit, ed infatti respirano tutta la musica rock che travolge i giovani di quella città, ecco così che The Stooges, MC5, Alice Cooper e Grand Funk diventano gli idoli dei cinque amici, che sognano di diventare una rock band di successo. L’album di esordio arriva quasi per caso, infatti registrano dei brani per un demo, ma la neonata Force One li fissa su vinile. Le ingenuità sono tante, ma l’energia dei loro concerti è travolgente, il batterista scende dalla pedana ed urla al pubblico a bordo palco, i musicisti saltano continuamente, tanto che i Teaze si costruiscono una reputazione importante e suonano con giganti come Aerosmith e Blue Öyster Cult. Myles Goodwyn degli April Wine ne resta affascinato e li accompagna alla Aquarius con cui pubblicano l’ottimo “On The Loose” che vende più in America che in patria, trascinato dal singolo country “Sweet Misery”. Il manager vuole seguire le orme dei Cheap Trick e li porta in Giappone per un tour di dieci giorni, costruendo un’attesa incredibile. La mossa funziona e i Teaze conquistano il pubblico nipponico, con il loro hard rock potente e melodico, che fonde Starz, Kiss e Ted Nugent, tanto che esce “Tour Of Japan”. A questo punto il gruppo è maturo ed infatti il quarto “One Night Stands” (prodotto da Goodwyn) è uno degli album hard rock più belli di questa ampia selezione: energia e melodia convivono insieme e generano pezzi travolgenti come “Back In Action”, “Young And Reckless” con un coro irrefrenabile, “Red Hot Ready” con un slide guitar infuocata, “Through The Years” una sorta di versione heavy degli Styx. Un discorso a parte merita la power ballad “Heartless World” che nel 1997 viene inclusa nel film horror “Twists Of Terror”, ma ben più significativa è l’inclusione nel 2014 in una scena epica del film da culto islandese “Málmhaus”, conosciuto come “Metalhead”. All’apice del successo la band deve arrendersi, quando il bassista e cantante Brian Danter, ha una crisi mistica e segue la vocazione religiosa, costringendo i compagni ad un’affannosa ricerca di un sostituto, che si rivela infruttuosa e dopo l’insuccesso di “Body Shots” del 1980, porta i Teaze ad abbandonare l’avventura. Nell’aprile del 2019 la band si riunisce per uno show celebrativo al Walkerville Theatre di Windsor, all’insegna della passione e dell’amicizia.
THE WORKS “FROM OUT TO NOWHERE” (A&M, 1989)
Prima di dare vita ai fenomenali Wall Of Silence, il cantante Brian Malone (con il nome Malloney) e il chitarrista Jim Huff, di base a Toronto, si erano alleati nel 1982 per dare vita ai Mannequin, autori di un unico album omonimo di puro AOR. Anni dopo assoldano il tastierista Stuart Zaltz per lavorare al progetto The Works, che trova subito l’apporto della A&M, che li affida al gigante dei produttori Tom Allom, con cui lavorano, con l’aiuto di alcuni turnisti, in uno studio di Miami. Dopo alcuni mesi il risultato viene fissato in questo splendido album di arena rock/AOR, che purtroppo non avrà un seguito. Resta un firte rammarico perché brani quali “Love Is A Dangerous Weapon”, “Wild Reaction “, il singolo “Dancing On A Wing”, spinto anche con l’ausilio di un videoclip, sono perle per tutti gli amanti del rock duro radiofonico degli anni ’80. L’eterea ballata “Fool To Love You”, dipinta da un sax, con una prestazione vocale di Malone mastodontica per feeling ed estensione è la dimostrazione del potenziale di questa band che invece sullo scorrere delle note finali di “Sherri’s Gone” scrive la parola fine, per poi sfociare nel progetto Wall Of Silence (vedi scheda).
THOR “ONLY THE STRONG” (Viper, 1985)
Personaggio bizzarro, che si avvicina alla musica metal imparentandola con la sua professione, il body building. Esibisce infatti pettorali e bicipiti esplosivi, sotto una criniera biondo platino, rubando il nome al figlio di Odino e della dea della terra Jörd. Ma del senso epico del personaggio nordico non c’è traccia nella musica di Jon Mikl Thor, che sin da ragazzo a metà anni ’70 si muove nella sua Vancouver, con la sola idea di diventare famoso. Proverà il cinema come attore e stuntman, la pubblicità, la lotta, per poi scoprire che la musica rock può regalargli visibilità e belle donne. Inizia nel 1973 portando in scena musica rock, asce e martelli giganteschi di plastica ed simulando lotte con guerrieri e soldati, con pochi mezzi, ma tanta passione. Debutta nel 1977 con l’album “Keep The Dogs Away”, un misto di hard rock e proto metal. Naturalmente con la sua immagine cinematografica raccoglie fan e la curiosità della stampa, soprattutto in Inghilterra, dove ha un buon successo e folle ai suoi concerti. Nel 1985 firma il suo disco più convincente, questo “Only The Strong” che senza inventare nulla si fa ascoltare in un misto di metal, arena rock e tracce power, rievocando gli idoli Kiss. Tenta la carriera solista per poi firmare anche la colonna sonora di “Tritonz”, uno Z movie assurdo che lo vede anche attore. Quando si ritira, nel 1987, è all’apice della fama, ma sceglie il body building, con cui vince ben 40 titoli in tutto il mondo. Torna dieci anni dopo e in altre occasioni, con il solito metal essenziale, fatto di riff e cori diretti, esibendo capelli corti, ma muscoli più enormi che oggi, a 72 anni suonati, mostra ancora con orgoglio.
TORONTO “GET IT ON CREDIT” (Network, 1982)
Per il valore dei musicisti e la qualità della musica, i Toronto sono una della band più rappresentative del rock canadese degli anni ’80 e sono diventati un punto di riferimento per l’intero movimento anche negli anni a venire. Si formano nel 1979 quando la cantante di San Francisco Annie “Holly” Woods si stabilisce a Toronto e con il chitarrista Brian Allen decidono di conquistare il mondo del rock. Grazie ad alcuni concerti infuocati dove la Woods esibisce grinta e presenza scenica, arrivano al contratto e pubblicano “Looking For Trouble”, a cui segue l’ottimo “Head On” (prodotto da Terry Brown), che raggiunge il disco di platino. Ma è l’anno successivo che si fanno conoscere definitivamente con il loro lavoro migliore. “Get It On Credit” è un concentrato di energia e melodia, guidato dal grande produttore Steve Smith, tra AOR e hard melodico, con le chitarre e le tastiere che si rubano la scena a vicenda e su tutto domina la voce potente della Woods. Rispetto ai primi due è un disco più heavy, che regala al gruppo la prima visita nelle classifiche statunitensi con il singolo “Your Daddy Don’t Know”, che vince uno Juno Award in patria. Dopo “Girls Night Out” la band viene sommersa di vibrazioni negative e sopravvive chiamandosi Holly Woods & Toronto. Per i fan è una sorta di tradimento ed è quasi inevitabile che “Assault & Flattery” segni la fine del gruppo, che disperde i musicisti nel giro di alto livello. Resta però l’idea di una band che per un lustro ha portato il rock canadese ai vertici del suo valore.

URGENT “URGENT” (Epic, 1984)
Nonostante un solo album all’attivo gli Urgent, originari di Toronto, da non confondersi con degli omonimi, contemporanei e stilisticamente affini newyorkesi, sono una band che negli anni si è guadagnata stima ed affetto tra gli amanti dell’hard rock melodico che sfiora l’AOR. Si formano quando il batterista Kim Hunt chiude l’avventura con gli Zon e forma un suo progetto con il bassista Doug Baynham, con cui divide le parti vocali, e il chitarrista Wayne Siberry. Dopo alcuni mesi di prove battono le loro zone in concerto, al punto che il nome inizia a girare tra gli addetti ai lavori. Li ingaggia la Epic che li accompagna al disco di esordio con Glen Johansen, un produttore già esperto. Il risultato è racchiuso in nove brani che profumano di Journey, Foreigner e Bad Company (ascoltate “Keeper Of My Heart”), quest’ultimo elemento fornito dalla chitarra hard blues di Siberry ed anche le parti cantate mostrano evidenti influenze britanniche, mentre le tastiere dell’ospite Glen Johansen, conferiscono la componente AOR, come dimostrano “Bad News” e “Killer Love”, anche se l’energia non viene mai a scemare. Tra gli ospiti citiamo chitarrista Stacy Heydon (Iggy Pop, David Bowie) e Arnold Lanni degli Sheriff e Frozen Ghost ai sintetizzatori. Un disco noto solo agli amanti del rock melodico, ma che avrebbe meritato ben altra attenzione.
WITCHKILLER “DAY OF THE SAXONS” (Metal Blade, 1984)
Nonostante una biografia ridotta ed una discografia che si limita ad un unico mini album, è impossibile non inserire i Witchkiller in una selezione di metal canadese, visto che l’influenza che hanno lasciato ai posteri è enorme. Si formano nel 1981 nello Stato dell’Ontario nella città di Ottawa, intorno a quattro amici: Steve Batky (batteria), Kurt Phillips (chitarra), Tod Pilon (basso) e il cantante Douglas Lang Adams. L’idea è di seguire le orme del metal epico britannico, con citazioni che vanno da Black Sabbath, Samson e primi Judas Priest. Si fanno notare con tre demo tape dalla Metal Blade che li inserisce nell’antologia “Total Destruction”, per poi produrre un mini di cinque pezzi. Ed ascoltando la title track, dal coro potente e battagliero, “Riders Of Doom”, “Cry Wolf”, “Beg For Mercy” e “Penance For Past Sins” che si apre con l’acuto liberatorio di Adams, sulla scia del più noto Eric dei Manowar, appare evidente che l’obbiettivo di suonare come la più epica band del mondo è stato (quasi) raggiunto. Non a caso, nonostante la band finisca presto l’avventura, il disco viene considerato uno dei punti più alti dell’intera storia dell’epic metal con riferimenti dark, tanto da contrastare la vetta a “Deliver Us” dei giganti Warlord. Un anno dopo il mini, esce il demo “Who Are We?”, con il pezzo omonimo scelto per la raccolta “Moose Molten Metal, Volume 1” (Heavy Metal America, 1985). Phillips entrerà nei Savage Grace, mentre Adams nei Reckless (vedi scheda). I Witchkiller si riformano con il solo Kurt Phillips nel 2012, ma la vera chicca è il singolo del 2021 con due inediti della prima line up.
WRABIT “TRACKS” (MCA, 1982)
Band di Ottawa tra le più stimate della scena hard melodica del Canada. Vantano quattro album che sono altrettanti piccoli classici che, anche se la band si è mossa quasi solo all’interno del proprio paese, sono arrivati a tutti gli appassionati di AOR e dintorni. Debuttano nel 1981, due anni dopo la fondazione e subito conquistano la critica che nel tempo ha decretato il successivo “Tracks” il loro album più riuscito. Infatti è difficile resistere alla seduzione messa in atto da brani come “Run For Cover”, “See No Evil” e “Don’t Lose That Feeling”, il pezzo con maggiori influenze pomp rock, grazie alle tastiere a cascata di Gerald O’Brien. Ed è proprio il pomp rock il filone in cui vengono spesso incasellati i Wrabit, anche se non manca una certa energia heavy rock, come dimostra il riff spezzato di “Unsung Hero”, opera del chitarrista John Albani, che ritroveremo accanto a Lee Aaron e in tante avventure canadesi. La voce cristallina di Lou Nadeau è una delle carte vincenti della band, che anche nel successivo “West Side Kid” confermerà la sua attitudine al connubio rock e melodia, per poi disperdere i musicisti in altre vicende.
ZAPPACOSTA “ZAPPACOSTA” (Capitol, 1984)
Alfie Zappacosta è un musicista di origine italiana, nato a Sora in provincia di Frosinone, trasferitosi da bambino con la famiglia a Toronto. Sin da adolescente segue la passione per la musica rock, imparando a suonare vari strumenti, forma e dirige i Surrender, che nel 1979 debuttano con un album omonimo a base di hard rock melodico che meriterebbe di essere inserito in questa selezione (Quindi prendete nota, nda) e dopo tre anni ci riprova con “No Surrender”, altro convincente disco. Ma quando non vede sbocchi di crescita, tenta la carta solista transitando verso l’AOR e nel 1984 pubblica uno dei dischi più belli del genere, che non teme confronti con i campioni del momento. La scaletta non mostra fragilità: dai singoli “Passion” e “We Should Be Lovers a “I’ll Give It A Go”, “Spread Myself Too Thin”, l’elegante pop rock tribale “Runaround”, “Can You Hear Me” e la dolcissima “Katie’s Eyes”, prendono il meglio di Toto, Foreigner e un’attitudine vocale pop, che rievoca Simple Minds e Michael McDonald e ci regalano un’autentica gemma di AOR. Per Alfie arriva la vittoria del Juno Award come “Cantante Maschile emergente” e la chiamata al disco benefico “Tears Are Not Enough”, prodotto da David Foster. Un attestato di stima notevole, considerando i tanti nomi coinvolti. Dopo due apprezzati dischi Alfie Zappacosta si dedica allo studio della recitazione, trovando applausi anche al cinema e a teatro, ma senza mai abbandonare la carriera di apprezzato musicista.
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