Non conoscevo le Vindicta. Né il caldo che attanaglia Roma in questi giorni mi spingeva a farlo. Mi è bastato però imbattermi in un video promozionale per la loro prima incursione in terra italiana per lasciare ogni esitazione da parte e andare a vederle al Traffic di Roma. Le Vindicta sono nate ufficialmente a dicembre 2025, fondate da tre musiciste fuoriuscite dalla band metal Dogma a seguito di una rottura con il vecchio management. La band finora ha pubblicato un solo singolo (anche se di un certo successo): “The Face of the Clown”, accompagnato da un video ufficiale uscito lo scorso giugno. Per il momento non c’è traccia del primo album che, stando alle notizie fornite dalla band, arriverà fra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Vederle salire sul palco è già un’esperienza. Cinque ragazze vestite da suore malefiche che ti investono subito con la loro energia e la loro musica sì accessibile ma non per questo di limitato valore artistico. Non c’è il gran completo questa sera, anche perché il nome del gruppo non è ancora affermato.

Alle Vindicta però questo non interessa: suonano come se fossero al Wacken. La band propone una scaletta energica composta sia da brani inediti esclusivi, sia dalle canzoni del vecchio album Dogma, totalmente reinterpretate e rivisitate con il loro nuovo stile più pesante e autentico. Ed ecco quindi “My First Peak”, una di quelle canzoni che, dopo due ascolti, ti si stampano nel cervello e non se ne vanno più e la trascinante “Father I Have Sinned”, un’irriverente prece che ricorda gli HIM dei tempi miglior. Ciò che colpisce è la personalità di queste ragazze. Lungi dall’essere repliche l’una dell’altra o – peggio – imitazioni di qualcun’altra, ognuna interpreta un ruolo ben determinato. C’à la demoniaca sensualità di Lilith (al secolo Grace Jane Pasturini) alla voce e la follia pura della chitarrista Patri Grief (Rusalka, una che scenderà in mezzo al pubblico per pogare continuando a suonare la chitarra…). Ci sono le smorfie dolci ed enigmatiche dell’altra chitarrista Amber Maldonado (Lamia) e la debordante vitalità della batterista italiana Sofia Salvatori (che si è unita al gruppo all’inizio di quest’anno). Completa il quadro di famiglia Wena Velasco (Medea), un’inquietante quanto bravissima bassista che dà ai pezzi quella spinta in più che serve dal vivo. Certo, ci sarebbe voluta una tastierista per rendere al meglio il suono delle Vindicta. Le basi preregistrate andavano bene ma una tastiera avrebbe permesso di creare delle atmosfere più intense e valorizzato le melodie cantate. “Carnal Liberation”. “ Fate Unblinds” e “Feel the Zeal” mantengono alta la tensione del concerto, cosi come anche gli altri pezzi del repertorio. “”Like a Prayer” è la cover della celebre canzone di Madonna, rifatta in modo abbastanza fedele all’originale ma con un’impronta indubbiamente dark. Inutile dire che un titolo così si adatta perfettamente alle tematiche “monastiche” trattate dalla band. Non poteva mandare l’unico pezzo originale (per il momento) delle Vindicta, “The Face of The Clown”, che alza l’asticella della cattiveria della band e aggiunge un altro ritornello vincente al repertorio della band. C’è solo da sperare che l’album che uscirà si mantenga su questi livelli e magari trovi delle soluzioni melodiche che permettano alle Vindicta di distinguersi dal loro passato di Dogma e trovare delle strade nuove e originali.