La “nuova/vecchia” strada intrapresa da quel geniaccio di Jack White ci porta a “Frozen Charlotte”, settimo album solista di una carriera musicale che ha visto White scrollarsi di dosso il passato con lavori che chiamare sperimentali è un eufemismo, regalando almeno un capolavoro epocale (“Lazaretto” rimane a mio avviso uno degli album più belli di questo inizio millennio) e tornando a schitarrare come un diavolo negli ultimi due lavori. Se l’elettronica e le sperimentazioni sono state messe da parte, si torna a fare garage rock sporcato di blues, scarno ed essenziale quanto basta per risultare semplicemente e meravigliosamente rock, di quello con la R maiuscola. Che White sia un genio del nostro tempo, scultore, pittore e musicista di categoria superiore, personaggio fuori dagli schemi, sempre un passo avanti a tutti, lo dice la sua arte, qui valorizzata anche dalla scultura fotografata in copertina, creata dal nostro. L’album non si discosta più di tanto dal precedente e bellissimo “No Name”, licenziato un paio d’anni fa, anche se l’impressione è quella di un artista ancora più deciso a tornare al sound del passato, finalmente accettandolo e valorizzandolo con una serie di brani che, pur non essendo facilissimi da digerire al primo ascolto, crescono in modo esponenziale regalando una serie di riff garage/blues/rock da fare tremare i muri. I fan di White conoscono già gran parte del materiale, portato sul palco negli ultimi tempi, segno che il musicista statunitense tiene non poco a questa raccolta di canzoni (tredici in totale per quarantadue minuti di grande musica), che dall’opener “G.O.D. And The Broken Ribs” non molla la presa e ci investe di elettricità, dove il blues è presente in dose massicce anche se a volte nascosto sotto il tappeto sonoro energico e nevrotico creato da White (“Derecho Demonico”, Dollar Bill”) e dalla band composta da Patrick Keeler alla batteria, Dominic Davis al basso e Bobby Emmett alle tastiere, trio formidabile che ha accompagnato White in tour e poi ha registrato l’album negli studi di Nashville. Album da avere assolutamente, perché ignorare uno dei geni assoluti del nostro tempo in campo musicale e non solo, sarebbe un peccato mortale.
