Dopo aver squarciato la scena metal a inizio millennio con l’album “Fallen”, trascinato dal singolo blockbuster “Bring Me To Life”, con la partecipazione del cantante Paul McCoy dei 12 Stones (impossibile non ricordare il bellissimo videoclip), gli americani Evanescence, si sono battuti per alcuni anni, trovando buoni consensi, ma senza mai ripetere l’exploit del debutto su major citato, arrivato dopo alcuni album minori e una gavetta quasi decennale. Questo quinto lavoro, dista un lustro dal ritorno sulle scene con “The Bitter Truth”, e porta in dote lo stile per cui la band è diventata famosa, ovvero gothic metal che si fonde con l’elettronica, con un atteggiamento alternativo, ma sempre attento alla melodia e alle esigenze di classifica. Prodotto da Jordan Fish, Nick Raskulinecz e altri tre collaboratori, “Sanctuary”, anticipato lo scorso anno dal singolo “Afterlife” inserito nella colonna sonora della serie di Netflix “Devil May Cry”), non mostra punti deboli e piacerà a chi apprezza la band e queste tipo di sound, a metà tra metal e colonna sonora di film di supereroi. Naturalmente è sempre la meravigliosa voce di Emily Lee a dare la spinta emotiva ai dodici pezzi, che si dividono tra potenti heavy gotici (“Tell Me When You’ve Had Enough”, “Rapture” e “Who Will You Follow”) e ballate cariche di emotività (“How Do I Heal” e “Calm Dawn”, sorta di Kate Bush in chiave metal). Una citazione a parte il brano che porta il titolo dell’album: un metal elettronico costruito con un crescendo emotivo, delineato dalla nuova bassista Emma Anzai, su cui Emily disegna un cantato di rara intensità. Composto, come ha affermato la frontgirl, in tempi di guerra e paura, “Sanctuary” è un album che non porta novità stilistiche, ma ha tutto per piacere ai fan della band.