Nel mondo della musica, l’usato non è sempre sicuro. Non tutte le band invecchiano bene. Certo, un gruppo storico ha un nome che “tira” e garantisce palazzetti pieni di gente. Se poi riesce pure a riformarsi nella sua formazione originale, gli stadi pieni sono una certezza. Ma tutto questo non vuol dire che andrai a vedere un concerto memorabile. Anzi, il rischio di vedere una band “scoppiata” non è proprio basso. Non facciamo nomi per non urtare sensibilità. Possiamo solo dire che a questo gruppo non appartengono gli Europe. Il gruppo svedese (forse non tutti sanno che, in realtà, due membri sono norvegesi: il batterista Ian Haugland e il chitarrista John Norum), formatosi nel 1979 e assurto a fama mondiale con i suoi epici album degli anni Ottanta, è ancora in splendida forma. Chi c’era al concerto di Roma ha potuto sentirlo con le proprie orecchie. “On Broken Wings” e “Rock The Night”, pezzi con cui gli Europe si sono presentati al pubblico dell’Auditorium, suonano come allora. Stesso vigore, stessa forza melodica, stessa intensità. E pazienza se le mosse da rockstar non sono più plastiche come un tempo. Il mix di chitarre e tastiera, assieme alla voce unica di Joey Tempest, continuano a emozionare come un tempo.

Ma attenzione! Il bello degli Europe è che non si abbandonano a uno stucchevole revivalismo del loro repertorio classico ma valorizzano anche la loro produzione più recente. E’ il caso della zeppeliniana “Walk The Earth”, tratta dall’omonimo album del 2017, e l’oscura “War of Kings”, brano di apertura dell’omonimo album del 2015. Gli Europe poi suonano l’inedita “One On One”, un potente e trascinante mid tempo che anticipa i contenuti del nuovo album “Come This Madness”, in uscita il prossimo settembre. Tratta dal prossimo lavoro è anche “The Cult Of Ignorance”, un coinvolgente rock da stadio a metà via fra David Bowie e gli Scorpions. Insomma, anche a livello compositivo il declino non è ancora arrivato! E che dire di Joey Tempest? Passati ormai i tempi in cui i suoi occhioni azzurri facevano sfracelli fra le ragazzine, oggi rimane la sua gran forma fisica e la voce ancora per lo più intatta. Il frontman svedese passa da un pezzo all’altro con grande naturalezza. Certamente c’è molto mestiere nel modo in cui coinvolge il pubblico ma si tratta comunque un rapporto vero che non scade mai in un’algida prestazione effettuata per mero obbligo contrattuale. Insomma, gli Europe sono ancora un gruppo vero! Fa sognare il trittico heavy metal “Stormwind”, “Scream of Anger” (forse il pezzo più cattivo dei vecchi Europe) e “Open Heart”, ovvero i primi tre pezzi di “Wings of Tomorrow” (1984). Atmosfere di un’altra era geologica ma ancora in grado di emozionare in questo 2026 cosi distante da allora. “The Final Countdown” (1986) e “Out Of This World” (1988) risultano gli album più saccheggiati del repertorio degli Europe: “Rock The Night”, “Carrie”, “Sign of The Times”, “More Than Meets The Eye” sono i mega ritornelli da radio che tutti conoscete e che hanno contribuito a portare l’heavy metal ai primi posti delle classifiche di mezzo mondo. Del tutto trascurato invece “Prisoners In Paradise” (1991), che, senza essere un capolavoro, ci aveva comunque regalato dei begli episodi musicali. Il finale è una bomba: “Superstitious”, “Cherokee” e “The Final Countdown”. Quanti gruppi possono vantare tre pezzi così epocali (oggi si direbbe “iconici”)? In quindici minuti si condensa una parte dell’essenza degli Anni Ottanta. Potenti, esagerati ma anche generosi e capaci di slanci emotivi. E chi se li può scordare?
