Webradio: qualcuno ha definito i Korn “black metal” in diretta. Giuro. Ed è stato meraviglioso
Lunedì sera, studio di Carega Web Radio a Rapallo, programma X-Wandu condotto da Sara e Lia con l’apporto di Alessio. Sono lì come ospite, si parla di metal e satanismo e stiamo facendo una cosa che nel 2026 sembra quasi rivoluzionaria: una conversazione seria su un argomento che normalmente viene liquidato con quattro luoghi comuni e un segno della croce.
Arriva questa domanda dal pubblico. I Korn, black metal. Pausa. Mi viene da sorridere, ma non in modo cattivo. Mi prendo il tempo, con rispetto e metodo, per spiegare la differenza tra black metal, death metal e gore metal. Perché sono generi diversi, con storie diverse, con estetica e filosofia diverse. E la persona che ha fatto la domanda vuole capire, non vuole avere ragione. Sta ascoltando il programma per imparare qualcosa.
Ecco. Questo è il punto. Tutta questa scena, questa dinamica, questo scambio, non può succedere su Spotify. Non può succedere su YouTube. Può succedere solo in radio. E nel 2026, sempre più spesso, succede nelle webradio.
Webradio: breve storia di un mezzo che non vuole morire
Non vi farò una disamina su tutta la storia della radio dalle origini. Marconi, l’EIAR, la RAI, la ricostruzione, il boom: li conoscete. Il passaggio che conta per noi è uno solo, ed è il 1976. La Corte Costituzionale dichiara illegittimo il monopolio RAI sulle frequenze locali, e succede il finimondo.
L’Italia si riempie di radio libere nel giro di mesi. Gente che trasmette dalla cantina, dal retro di un negozio, dalla soffitta. DJ che mettono in onda i dischi che vogliono, quando vogliono, come vogliono. Se ti andava di fare un’ora di Angel Witch e Witchfinder General alle due di notte, lo facevi. Se avessi voluto far sentire l’ultimo disco dei Diamond Head che ti era arrivato per posta dall’Inghilterra, nessuno ti avrebbe detto di no.
Per chi viene dalla NWOBHM il parallelo col tape trading è inevitabile. Stessa logica, stesso spirito. Una rete orizzontale, guidata dalla passione e dal gusto personale, dove i Saxon e i Tygers of Pan Tang arrivavano nelle camerette dei ragazzini italiani grazie a un tizio con un giradischi e un’antenna sul tetto. Niente budget promozionali, niente major dietro. Solo uno che ci metteva la faccia e i propri dischi.
Poi sappiamo com’è andata. Le radio libere sono diventate radio commerciali. Le radio commerciali sono diventate network con palinsesti decisi a Milano. I network hanno smesso di rischiare. Fine della storia, almeno quella specifica narrazione.
35 milioni di italiani
“La radio è morta.” Lo ripetono da vent’anni, da quando è arrivato lo streaming. Il problema è che i numeri dicono l’opposto.
Il Rapporto Censis 2026 sulla comunicazione dice che la radio raggiunge il 78,4% della popolazione italiana. Audiradio, dati intero anno 2025: 35 milioni di italiani ascoltano la radio ogni giorno. La raccolta pubblicitaria del mezzo radiofonico è cresciuta dell’1,8% nel 2025, facendo della radio il mezzo tradizionale con le gambe più solide. A gennaio 2026 la crescita ha visto uno spunto in positivo fino al +4,3%, con un +10% di campagne pianificate. Il mercato globale del broadcasting radiofonico vale quasi 179 miliardi di dollari, con previsioni di crescita del 5,2% annuo.
Mentre la carta stampata affonda e la televisione galleggia a stento, la radio cammina. Perchè? Perché ha una cosa che gli altri mezzi hanno perso: il rapporto diretto tra chi parla e chi ascolta. Una voce umana che ti racconta una storia, ti spiega un contesto, ti fa scoprire qualcosa che da solo non avresti mai cercato. Spotify ti suggerisce variazioni di quello che ascolti già. Una buona radio ti porta dove non saresti mai andato.
Le webradio e il ritorno delle radio libere
Chi ha vissuto il 1976 da ascoltatore capirà al volo quello che sto per dire.
Le webradio hanno riaperto quello spazio che si era chiuso trent’anni fa. La barriera tecnologica è risibile: un computer, una connessione, il software e sei in onda. Non servono concessioni, non servono frequenze all’asta. Però una barriera tecnologica bassa non vuol dire che il risultato sia scontato. Anzi. Per fare una webradio che valga la pena di essere ascoltata servono competenza e dedizione. La tecnologia è accessibile, ma il contenuto devi costruirtelo con le tue mani.
La differenza fondamentale tra una playlist algoritmica e una webradio sta nella cura umana che c’è dietro. Un conduttore che sa quello che fa può fermarsi a spiegarti perché “Wheels of Steel” dei Saxon nel 1980 ha cambiato tutto. Può mettere in fila tre dischi che apparentemente non c’entrano niente e farti capire il filo conduttore che li collega. Può rispondere a un ascoltatore che chiede la differenza tra il black metal norvegese e il death metal svedese senza copia-incollare da Wikipedia. Un algoritmo questa roba non la fa e non la farà mai, perché’ non ha il contesto, non ha l’esperienza, non ha il gusto, non ha la sensibilità
E per le band indipendenti, le webradio sono diventate spesso l’unico canale radio rimasto. I grandi network hanno le loro logiche commerciali e non c’è niente di sbagliato, il business è business. Ma se suoni in una band underground e vuoi che il tuo disco passi in una radio, oggi la tua speranza ha un nome preciso: webradio. Lì c’è qualcuno che ascolta il tuo disco perché vuole ascoltarlo, non perché un promoter gli ha fatto arrivare il presskit.
L’invito a Carega Web Radio
Carega Web Radio trasmette da Rapallo dal 2015. Undici anni. In un mondo dove i progetti online durano quanto un trend di TikTok, undici anni sono un’era geologica. Nel giugno del 2025 il progetto è cresciuto convergendo nell’associazione culturale Carega Arts & Media: web radio, web TV, magazine, organizzazione eventi, trasformandosi da piccola emittente locale a realtà culturale strutturata.
Lunedì sera ero in quello studio per la prima volta. Non conoscevo il contesto del mio intervento, non sapevo esattamente cosa aspettarmi. Ho trovato tutto quello che la radio dovrebbe essere e che spesso non è più.

Sara e Lia avevano preparato la puntata. Non dico “avevano dato un’occhiata al tema portante cinque minuti prima”. Dico che avevano studiato, si erano documentate, avevano pronte domande precise. Alessio contribuiva con naturalezza. Non era il solito “allora raccontaci un po’ di te” tipico dell’intervista svogliata fatta tanto per riempire il palinsesto. Era una conversazione tra persone che hanno rispetto per l’argomento e per chi ascolta. E quando le domande del pubblico hanno cominciato ad arrivare (inclusa quella epica sui Korn black metal), ho capito che dall’altra parte c’era gente vera, coinvolta, curiosa.
C’è una cosa che è davvero difficile da descrivere a parole. L’energia. Quando qualcuno fa qualcosa perché ci crede, perché la sente sua, si capisce dal tono di voce. Si capisce dal modo in cui ti accolgono anche se non ti hanno mai visto prima, dal ritmo della conversazione che non si affievolisce. In una radio commerciale il tema “metal e satanismo” sarebbe stato cestinato dalla riunione di redazione del lunedì mattina. A Carega Web Radio ci hanno costruito una puntata intera, trattandolo con intelligenza e senza cercare lo scandalo facile. Perché la libertà editoriale non è un concetto astratto: è poter scegliere di cosa parlare senza dover chiedere il permesso a qualcuno col portafoglio gonfio.
Cosa ci aspetta per il futuro?
Il 5G apre la strada allo streaming audio in alta qualità ovunque. L’intelligenza artificiale sta entrando nel broadcasting con la personalizzazione dei contenuti. I podcast, figli diretti della radio, macinano numeri impressionanti (Radio 24 da sola ha registrato 9 milioni di ascolti podcast al mese nel 2025).
Tutto questo è positivo, nessuno lo nega. Ma niente di tutto questo sostituisce una persona che conosce la materia e la racconta a un’altra persona che vuole imparare. Un algoritmo ti propone variazioni. Una webradio ti propone scoperte. E nel mondo della musica underground, dove i canali di esposizione si restringono ogni anno, le webradio restano uno degli ultimi spazi genuini di diffusione.
Cercatevi una webradio
Torno a casa da quest’esperienza con una cosa chiara in testa. Le webradio oggi sono quello che le fanzine erano negli anni ’80 per chi seguiva la NWOBHM, quello che il tape trading era per chi cercava i demo delle band scandinave, quello che le radio libere erano per chi nel ’76 voleva sentire qualcosa di diverso dal liscio e da Sanremo. Il format è cambiato. Lo spirito no.
C’è gente che ogni settimana si mette davanti a un microfono senza che nessuno glielo chieda e senza guadagnarci un centesimo. Lo fa perché la musica che ama merita di essere raccontata, condivisa, spiegata. E finché esiste quella gente, la radio resta viva.
Se avete una webradio nella vostra zona, cercatela. Ascoltatela. Partecipate a una diretta. Mandate un messaggio, fate una domanda, anche una domanda “sbagliata”. Dall’altra parte troverete qualcuno che ha la vostra stessa passione e che non aspetta altro che condividerla.
Chi dice che la radio è morta non ha mai messo piede in uno studio di webradio alle dieci di sera.