Un cadavere mutilato, una testa mozzata, un arto in putrefazione. Non riesco a pensare ad altro ascoltando gli Exhumed. Sarò diventato come Jeffrey Dahmer? Ma no, è  tutto “merito” della band californiana se certe immagini si stagliano così vive (per modo di dire) davanti agli occhi. Eccessivi? Geniali? Da denuncia penale? Fate un po’ voi. Nessuno però può dire che gli Exhumed non siano dannatamente efficaci. Emersi nella seconda metà degli anni Novanta, dopo il periodo d’oro del death metal, gli Exhumed hanno saputo far tesoro della lezione dei Carcass più purulenti e degli Autopsy più patologici per farsi alfieri di un “gore metal” (definizione loro) destinato a durare. Il loro album d’esordio – guarda caso intitolato “gore metal” – non lasciava spazio a dubbi: death feroce e sanguinolento, nessun cedimento al buon gusto, ritmi infernali, zero melodie. All’epoca forse nessuno avrebbe dato più di cinque anni di vita a questa band. Eppure trent’anni sono passati e Matt Harvey e compagnia infetta suonano al Traffic di Roma. E non pensiate che ci siano i soliti quattro gatti. La gente c’è eccome e non tutti sono disposti a starsene impalati con l’i-phone in mano. Mi perdo l’esibizione dei romani Guineapig e arrivo a qualche nota dopo l’inizio dei Gruesome, una sorta di band tributo ai Death dell’indimenticato Chuck Schouldiner, capitanata dallo stesso cantante degli Exhumed e dal batterista Gus Rios. Decisamente un perfetto riscaldamento in vista del concerto principale. La band americana ha da poco pubblicato l’ultimo lavoro “Red Asphalt” e quella di Roma è una delle due date italiane (l’altra è il giorno successivo a Paderno Dugnano). Luci di posizione e segnali stradali accolgono la band californiana, mentre due schermi proiettano immagini raccapriccianti di incidenti stradali (credo che anche i meno scaramantici avranno fatto gli scongiuri…). “Unsafe at any speed” e “Red Asphalt” non lasciano ombra di dubbio: il la i pericoli della strada sono il tema della serata, anche se la parte del corpo che rischia di più questa sera sono le orecchie. Se in Italia vigesse un limite acustico, oltre che stradale, gli Exhumed finirebbero direttamente in galera. Ritmi velocissimi, voci abrasive, riff impietosi non fanno prigionieri. E’ un caos infernale ma attenzione: la tecnica della band non si discute. Il batterista non perde mai il tempo e i passaggi ultraveloci sono chirurgici. Belle le alchimie fra le due chitarre, che a volte emergono in passaggi melodici che ricordano un po’ i Death un po’ gli Entombed. Convincono i nuovi pezzi “Shovelhead” e “Shock Trauma” e i vecchi pezzi, come “Necromaniac” e “Enucleation”, sono una certezza. Una menzione particolare va fatta per il cantante Matt Harvey, sempre pronto a coinvolgere il pubblico e a trascinare il resto della band. Gli Exhumed non salgono certo sul palco per svolgere il proprio compitino e portare a casa la pagnotta. Ci mettono l’anima e – direi – si divertono pure, come se fossero ad inizio carriera. C’è spazio anche per le sorprese: la cover di “Detroit Rock City” dei Kiss, fatta con voce death metal, non passa decisamente inosservata. E come il linguacciuto Gene Simmons, anche il bassista Ross Sewage a un certo punto sputa sul pubblico il sangue bevuto da una testa mozzata.  Chiude il concerto “Limb for Limb”, sempre tratta dal succitato “Gore Metal”. Fa capolino anche un (finto) braccio amputato. Forse qualcuno si aspetta che venga gettato sul pubblico. Ma il chitarrista Sebastian Philips se la tiene per sé e ci suona la chitarra. Se non è una scena gore questa….