Normalmente prediligo un black metal estremo e diretto, ideale per esprimere il buio, la disperazione, la furia che sono i temi di chi decide di rendere uno stato d’animo o una percezione con una musica così oscura. Quindi non è che le intro acustiche e le orchestrazioni mi attirino poi tanto. Ma coi Dimmu Borgir è diverso. Sia perché sulla loro coerenza black metal c’è poco da obiettare, sia perché parliamo di una band che con il suo approccio assolutamente originale alla materia, fin dal lontano 1994 ha cambiato l’idea generale del metal estremo, convincendo gli ascoltatori che la rozzezza non era necessaria nè sufficiente: era invece possibile vedere questo tipo di approccio apparentemente poco accessibile, come una complessa espressione di un mondo e anche di un’idea musicale di grande dignità. Le orchestrazioni, l’uso della classica, il lavoro con vere orchestre filarmoniche, hanno indubbiamente elevato il black metal da una generica idea di furia cieca e parossistica a un più articolato approccio, addirittura culturale e profondo. Insomma, ogni uscita dei Dimmu Borgir, che fra l’altro ormai le razionano a distanze di otto anni (tanto è passato dal precedente “Ehonian” e altrettanto era trascorso dal 2010 di “Abrahadabra”) non può essere presa sotto gamba. E’ storia del metal e del black in particolare. Però, però… per quanto l’entusiasmo di Silenoz e Shagrath sia sincero e palpabile e sia evidente che il materiale, sia dal punto di vista musicale che da quello lirico e concettuale, traboccava dalle loro mani in questo lungo periodo di assenza, non tutto e non sempre funziona. Prima di tutto la stessa produzione, con suoni molto profondi che smorzano un po’ l’incisività delle parti chitarristiche, per quanto risulti invece apprezzabile il ricorso moderato alle parti orchestrali che in alcuni dischi del passato erano risultate traboccanti. Poi c’è proprio la qualità e attrattiva dei pezzi. Questo disco sembra partire col freno a mano tirato, quasi che i Dimmu Borgir lo abbiano pensato proprio come un crescendo di intensità e densità della materia. Non si salta di gioia almeno fino alla quinta traccia, quella del singolo, “Ulvgjeld & Blodsodel” (in norvegese) che a sua volta, pur interessante, rappresenta un problema, per l’eccessiva linearità che non appartiene alla band norvegese: una intro per dare un tono di epicità, ma poi ci si accontenta di una sorta di riff che se non fosse per il solito annichilente screaming e growling potrebbe benissimo appartenere al metal classico.Ecco, quando arrivi a questo punto e cominci a dubitare del nero verbo dei Dimmu Borgir, la svolta: tre pezzi in fila che ti riconciliano con questo black metal orchestrale e ricco di significato, con “Minnes En Alkymist”, “Phantom Of The Nemesis” e “The Exonerated” due spanne sopra la media di quanto ascoltato prima e in fondo anche del seguito. E’ come una montagna che sali, arrivi sul picco e poi cominci a ridiscendere fino alla finale “Gjǫll”, chiusura pacata come a rinfoderare le armi, lontana da qualunque idea di musica estrema. Secondo i Dimmu Borgir, loro avevano tanto di quel materiale da tirare fuori anche un album doppio. Sinceramente, un EP sarebbe stato di qualità eccelsa, tredici pezzi in fila invece non ti fanno evocare le vette di “Stormblåst” o di “Enthrone Darkness Triumphant”. Sono pur sempre i Dimmu Borgir, per carità, ma forse gli anni che passano li sentono anche i neri cavalieri del black.
