Davide “Dudu” Morandi celebra nel 2026 vent’anni di attività coi Modena City Ramblers, sempre presenti e amatissimi sui palchi di tutta Italia e anche oltre. Nato a Sassuolo nel 1969, ha cominciato a cantare negli anni ’90 con i Mocogno Rovers.
“Intanto ho gestito per dieci anni il Temple Bar di Sassuolo. Quindi ho provato anche a vendere piastrelle ma non ero capace e a quel punto ho ricevuto la chiamata dei Modena City Ramblers e mi sono detto che potevo provare a cantare con loro. E ancora ci provo da vent’anni”.
Quando hai scoperto l’amore per la musica?
“Da ragazzino, negli anni ’80. Ovviamente sentivamo le cose di quel periodo, il Festivalbar, le compilation, poi ci passavamo i nastri, li scambiavamo e ci facevamo le nostre cassette personalizzate, mettendo due registratori uno davanti all’altro. Non c’erano download e playlist e neanche la doppia piastra. L’altro ricordo musicale è da bambino: la canzoni milanesi che mia mamma, di origini lombarde, sentiva in casa, mi sono ascoltato a ripetizione i dischi dei Gufi, Nanni Svampa e repertorio simile per anni. Un po’ più cresciuto ho poi scoperto la musica rock e non solo”.

Il desiderio di cantare quando nasce? Hai un ricordo particolare da regalarci?
“Il desiderio di farlo come mestiere non l’ho mai avuto, fino al giorno in cui i Modena City Ramblers mi hanno chiamato. Che mi sarebbe piaciuto l’ho scoperto ascoltando proprio loro, così bravi e appassionati. Ho capito che oltre a essere intonati era importante l’attitudine e quella ho pensato di averla quando abbiamo cominciato a suonare col mio primo gruppo, i Mocogno Rovers. Lì ho capito che cantare in una band era una cosa davvero divertente. La prima volta su un palco invece è precedente, in terza liceo a una festa della scuola, ho cantato ‘Message In A Bottle” con un gruppo estemporaneo di miei compagni”.
Il primo disco che rammenti di aver acquistato con i tuoi soldi?
“La Voce Del Padrone di Franco Battiato. Ricordo di essere andato coi soldi contati al negozio in centro a Sassuolo, il Peecker Sound. C’erano ancora i negozi di dischi, adesso sono quasi scomparsi”.
Il tuo cantante preferito? E perché?
“Per il genere che faccio, punk folk irlandese, dovrei dire assolutamente Shane MacGowan, una figura fondamentale e un grande cantante. Però devo dire che la prima rockstar che davvero mi impressionò è stata Freddie Mercury, il primo di cui mi sono detto ‘questo è davvero incredibile”.
I gruppi/artisti che ami di più, a cui perdoni anche i passi falsi.
“Ai Pogues e a Shane MacGowan perdono qualunque cosa. I Pogues subito dopo l’uscita di Shane hanno fatto un disco pessimo eppure me lo sono ascoltato e me lo ascolto sempre. Lo stesso per Shane con i Popes, un primo disco buono e un secondo brutto, ma a loro perdono tutto”.
Un regalo ai nostri lettori: una band del passato per te ingiustamente poco conosciuta e una nata in questo millennio, anche famosa, che ami.
“Fra i gruppi del passato, resto in Irlanda e dico che i Waterboys in Italia sono poco noti, almeno non quanto meriterebbero e invece andrebbero riscoperti. Gli stessi Pogues non sono valutati per quanto hanno fatto raccontando un’intera generazione inglese e irlandese. Fra i gruppi di oggi cito i Mary Wallopers, bravissimi, all’estero già molto noti e infatti partecipano a grandi festival. Meritano di essere ascoltati. E mi piacciono molto anche i Kneecap, gruppo molto duro con idee molto radicate. Li hanno cacciati da molti festival per i loro atteggiamenti e dichiarazioni estreme. Sono nordirlandesi ma non c’entrano col folk, sono più orientati sull’elettronica, sul rap. Sono fra i fondatori del movimento propal fra i musicisti. Molto impegnati e bravi come artisti”.
Tre concerti che porti nel cuore. E uno che ti ha deluso.
“Nel cuore mi porto certamente gli U2 allo stadio Braglia di Modena nel 1987; poi i Pogues che ho visto tre volte con Shane presente e non mi hanno mai deluso. In un’occasione li ho visti a Bologna in un evento dove suonavamo anche noi e abbiamo avuto occasione di andare nel backstage e incontrare anche Shane MacGowan: era ormai in pessime condizioni di salute, lo portavano sul palco e lo mettevano lì isolato da tutti, custodito con molta cura. E’ stato comunque un incontro molto intenso, indimenticabile; infine da ricordare ci metto il concerto di De Andrè a Bologna. Che mi hanno deluso non ne ricordo nessuno, forse sono stato fortunato”.
Tre dischi in cui hai suonato/cantato, che dobbiamo ascoltare per forza e perché?
“L’ultimo dei Modena City Ramblers, “Altomare”, secondo me è uno dei nostri dischi più riusciti, sia per la musica che per le tematiche affrontate. Abbiamo lavorato bene, sereni e si sente. Mi piace molto ‘Addio Paura’, la canzone che abbiamo fatto insieme nell’ultimo disco degli España Circo Este. Loro sono ragazzi giovani, freschi, con una bella attitudine e atteggiamenti sereni, molto peace and love. La cosa prima mi ha fatto sorridere, ma poi invece penso che sia un periodo in cui c’è proprio bisogno di persone di questo tipo. Infine, anche se può essere difficile da trovare, consiglio ‘Repubblica Del Folk’, il disco dei Mocogno Rovers, per me imprescindibile”.

Il momento più emozionante che hai vissuto sul palco?
“Ce ne sono stati ovviamente tantissimi, ma uno che mi ha quasi ucciso è stato il 1 maggio 2006. Ero entrato nei Modena City Ramblers da un paio di mesi, avevamo fatto forse quattro o cinque concerti di dimensioni ridotte e ci hanno chiamati al 1 maggio in piazza San Giovanni. C’era il palco girevole e quando è toccato a noi mi sono trovato all’improvviso davanti a centinaia di migliaia di persone. All’epoca il concerto del 1 maggio era un evento enorme. E’ stata una botta di emozione grandissima, davvero mi sono dovuto aggrappare all’asta del microfono per restare in piedi e cominciare a cantare.
Ci consigli un paio di libri e/o biografie musicali che hai apprezzato e che dobbiamo leggere anche noi?
Sicuramente ‘Una Pinta Con Shane MacGowan’, la biografia di una delle figure che io ritengo più importanti non solo per il folk ma per la musica in generale. E’ un bel libro a cui partecipa anche la moglie di Shane. Lo lessi in inglese ma adesso si trova anche in italiano, con una bella prefazione di Andrea Rock. Fra i libri più in generale, quello a cui mi sento più legato è ‘Ritornano le Tigri Della Malesia’ di Paco Ignacio Taibo II. Sandokan e Yanez tornano a Mompracem ancora una volta, invecchiati e con qualche capello bianco ma con lo stesso ardore. Per chi è cresciuto con il mito di Sandokan, quello vero del telefilm originale, non il brutto remake attuale, è un libro bellissimo, da conoscere”.
Cosa rispondi a chi afferma che il rock è morto?
“Rispondo che è morto per chi se lo augura, ma per chi lo cerca c’è eccome. Non ce lo fanno ascoltare, questo è sicuro, ma di band che fanno ottimo rock ce ne sono ancora tante, anche in Italia, nonostante ci siano ormai pochi spazi per suonare e si vada avanti più che altro a colpi di talent”.
Come vorresti essere ricordato come artista?
“Come uno che è sempre stato coerente e onesto di fronte al pubblico, uguale a se stesso sul palco e nella vita quotidiana. Purtroppo tanti non sono così, si propongono in un certo modo ma nel privato sono diversi. Vorrei che di Dudu Morandi, che cantasse bene o male, che facesse musica bella o no, si ricordasse che era sempre lo stesso ‘ciocapiatt’ sul palco e fuori. Coerenza è la parola a cui tengo di più”.
(Le foto sono di Matteo Innocenti, che ringraziamo)
