Niente da spiegare
Nel death e black metal, nel doom e nel drone, è sempre più frequente ritrovare l’impegno a un lavoro concettuale, che usa una musica violenta, furiosa, cupa per esprimere disagio, rabbia, talvolta per raccontare intere storie di disperazione o ribellione. Paradossalmente forse, il concept album che è stato più o meno abbandonato in ogni genere musicale, ha ritrovato cittadinanza nelle frange più violente o estreme della musica metal.
Bene, stavolta no. Stavolta “…Something In The Water” è solo death metal old school sparato dritto in faccia, con la voglia e il piacere di annichilire l’ascoltatore. Il progetto solista di Pete Clarke, che scrive e canta (o per meglio dire ringhia) tutta la musica dell’album affidando gli strumenti solo a turnisti di qualità, guarda a grandi band come Cannibal Corpse (forse non a caso fuori anche loro in questo periodo con un super album) o Obituary. Non ha ambizioni di racconto o espressione di concetti alti, punta soltanto a mostrare un onesto, crudo, marcio e autentico death metal, come era quello dei primordi e per come veniva ricercato e ascoltato allora. Poco spazio alla tecnica, praticamente nessuno all’assolo di chitarra, tanta potenza tanta forza, toni cupi e un growl incessante e insistente su tutta la musica.
La forza di questo disco sta tutta qui, nella sua onestà e nella ricerca incessante della sincerità verso l’ascoltatore. Perciò la recensione potrebbe fermarsi qui, senza andare a cercare significati profondi che non ci sono, non prima comunque di aver segnalato in questo magma sonoro, l’iniziale “Blood High”, “Spontaneous Human Combustion” e “The Hauntings Of May” fra i pezzi più riusciti di un disco consigliato a tutti quelli che cercano death metal fatto di chitarre, batteria e canzoni fatte per divertire più che per far pensare.