Comincerei col lasciar perdere la mascherata. Che in 70 anni di rock ne abbiamo viste di tutti i colori, i Kiss e King Diamond; i mille travestimenti di Bowie; l’atteggiamento robotico e un po’ marziano di di Devo e Kraftwerk; la disumanizzazione di Marilyn Manson e degli Slipknot; abbiamo pure già visto il design a pallini delle Strawberry Switchblade. Quindi, diciamo che se il punto fossero i costumi e i mascheroni ci sarebbe poco di nuovo.
Il nome di questo duo del Quebec significa “Angina Pectoris” e rende in effetti l’idea di una musica parossistica e incalzante che ti lascia senza fiato (l’effetto appunto della malattia richiamata dal nome). Quindi di certo il genere musicale è sufficientemente originale per catturare l’attenzione, anche se in realtà io ci ritroverei i King Crimson di “Discipline”, o dei Primus meno sghembi e più quadrati. Il che mi pare un complimento, perché ho citato (e gli esperti più bravi di me citano) solo gruppi con grandissima abilità strumentale. Che i due in effetti mostrano, sia quello alla chitarra e basso double neck, che suona pure scalzo e ha una grande abilità non solo sul manico, ma anche a gestire (con una pedaliera enorme) i necessari loop di uno o entrambi gli strumenti sui quali poi si sviluppa il tema sonoro (solo sonoro, non cantano e nemmeno parlano, a volte emettono dei versi); sia anche il batterista che ha davvero un notevole groove, tenuto anche conto che lo deve gestire con un annaffiatoio in testa e un attaccapanni infilato nelle spalle della casacca. Il tutto risulta piuttosto spettacolare vedendoli suonare dal vivo, dove non puoi registrare tracce separate e sovrapporre linee diverse in fase di produzione.
Insomma, dal punto di vista musicale non si tratta davvero di un bluff. Mi pare inutile commentare traccia per traccia un disco che rappresenta una proposta musicale complessiva e un messaggio nel suo insieme. Resta da capire perché questa musica spigolosa, dissonante, senza struttura da canzone classica, senza voci, abbia improvvisamente fatto breccia in così tanti ascoltatori, portando oltre tutto le prime edizioni dei dischi del duo a valutazioni astronomiche. Sono andato anche a sentirmi (non dico risentirmi perché ammetto che, come quasi tutti,non avevo già sentito gli Angine De Poitrine prima di questa sbornia mondiale) “Vol. 1” per capire come mai “Vol. 2” abbia avuto un simile successo. Non l’ho capito, il modo di suonare è lo stesso, l’impostazione idem, forse il secondo ha qualcosa in più in termini di ritmo e il primo qualche momento meno spiazzante, ma parliamo di dettagli.
Alla fine a forza di chiedermi le ragioni del fenomeno, vedo però che ho ammonticchiato un bel po’ di particolarità. E il segreto sta probabilmente nell’averle messe tutte insieme: duo con un travestimento assurdo, che non si mostra in pubblico con la sua vera identità; che non canta e non parla, che suona musica microtonale solo con un basso e chitarra doppia, con un sacco di loop e una batteria; che viene dal Quebec, che intitola i suoi pezzi con parole inesistenti o con termini della lingua joual, variante del francese del loro paese; che si propone come portatore di un rock che viene dallo spazio. Ce n’è abbastanza per suscitare l’interesse generale e per macinare meritate visualizzazioni su youtube. (Ascolta qui, l’esibizione completa al KEXP)
Quanto possa durare il fenomeno e come possa svilupparsi ulteriormente? Difficile dirlo, la formula del duo con tracce solo strumentali poco accessibili, non credo che possa ambire alla notorietà fino al vol. 10. Però è sempre possibile cambiare colori, cambiare maschere, aggiungere un componente, smascherarsi, disseminare nuovi indizi sulla provenienza dei due. Oppure semplicemente dopo una sbornia di successo magari inatteso, gli Angine De Poitrine rientreranno gradualmente nei ranghi dell’alternative, dove davvero meritano di stare fra i fuoriclasse. Oppure non ho e non abbiamo tuttora capito il messaggio. Oppure ancora, e sarebbe la vera figata, sono dei marziani sul serio.
