Gli We Broke The Weather nascono a Boston nel 2018 quando nel loro scantinato cominciano a provare, mischiando una quantità industriale di influenze ed elaborando sonorità che nelle note informative definiscono “garage prog”, mentre io preferisco parlare di vero “progressive”, nella sua accezione tesa a indicare una musica che esula dagli schemi e non si preoccupa minimamente di rispettarli.

Ecco quindi che prog, jazz, fusion, psichedelia, math rock, stoner, doom,… si danno appuntamento per una miscela fantastica ed esplosiva, capace di trasportare l’ascoltatore in mille dimensioni.

Il nucleo centrale della band è costituito da due polistrumentisti, Nick Cusworth e Scott Wood, che si alternano al canto, cui si aggiungono la terza voce del batterista Andy Clark, l’energia chitarristica (ma non solo) di Kev DiTroia e la versatilità del bassista Steve Muscari, determinante anche con la chitarra e, soprattutto, i synth.

Nel 2022 autoproducono il loro primo album omonimo, edito in cd, che, seppur, con una distribuzione limitatissima consente loro di attirare le attenzioni dei rocker dal palato fino e dalla mente aperta, che non sono ancorati ai soliti cliché o che non si trincerano dietro il luogo comune “oggi non si fa più musica come una volta”.

Tra questi c’è Gero Lucisano, mentore della Argonauta Records, coraggiosa label genovese che abbiamo citato recentemente in occasione dello splendido lavoro dei Mandy Manala, in realtà edito per la loro sottoetichetta Octopus Rising.

Gli We Broke The Weather trasferiscono le loro speranze e le loro potenzialità sulle coste del Mar Ligure ed è da qui che spicca il volo il nuovo “Restart Game”.

“Vestige” alterna stacchi alla King Crimson con i fiati in primo piano, spunti sinfonici e al contempo liquidi con il basso in grande evidenza, linee vocali variegate che in alcuni frangenti ricordano gli Yes, cambi di tempo continui verso un finale in pieno trip hard rock.

La nostalgia per i Rush è colmata da “Lake St George” che li evoca a partire dal cantato, mentre la chitarra tiene alto il voltaggio ed esibisce uno splendido assolo.

Il furore si placa e “Heavens were a bell” abbraccia percorsi space dilatati sui quali la voce esprime enfasi e la solista sciorina classe, lasciando ancora grande libertà ai synth.

L’impatto prog di “Marionette” sfocia in un contesto folle nel quale si distinguono linee vocali che ricordano i grandissimi Tubes, partiture tastieristiche maestose e spunti psichedelici con un sax acidissimo.

Linee di basso desertiche sorreggono l’andamento lisergico di “Sevenseas”, in cui un lirismo onirico e i ricami del synth raffigurano paesaggi ancestrali verso il finale corredato dall’estro della solista.

Le note di un’acustica in acido accompagnate da percussioni che sembrano provenire dalle viscere della terra caratterizzano la strumentale “Automatic decay”.

Infine, “Cycles” opta per un crescendo prog psych dove i synth, il flauto, parti vocali delicate e le chitarre elaborano arabeschi musicali che vanno a concludere un album eccellente che descrive le ansie e le paure derivanti da un contesto storico funestato prima da una terribile pandemia e dalla crisi delle democrazie minate da “ritorni di fiamma”, senza contare il concreto rischio di una terza guerra mondiale.

Band:

Andy Clark – batteria, voce e percussioni

Kev DiTroia – chitarre, percussioni e synth

Nick Cusworth – tastiere, synth, voce, sax tenore e flauto

Scott Wood – chitarre, voce, sax alto e percussioni

Steve Miscari – basso, chitarra e synth

Tracklist:

  1. Vestige
  2. Lake St George
  3. Heavens were a bell
  4. Marionette
  5. Sevenseas
  6. Aromatic decay
  7. Cycles