La redazione di Back In Rock ha deciso di dedicare spazio ad artisti o album del recente passato che vorremmo avessero più attenzione di quanto riteniamo abbiano avuto.

A me l’onore di iniziare questo percorso e per farlo ho scelto i Dead Kosmonaut, band che dalle poche notizie reperite dal web dovrebbe fare heavy metal… ecco, è proprio quel “dovrebbe” che mi ha indotto a parlar di loro.

Arrivano dalla Svezia e il mentore della band è Mattias Reinholdsson, bassista/polistrumentista e autore di tutti i brani, con esperienze nei Book Of Hours (prog metal) e nei Basgrupp 3 (band strumentale con batteria e due bassi).

Il primo embrione, a nome Astrakaan, copre un periodo piuttosto lungo, circa otto anni, nel quale Mattias vuole esprimere la sua passione per il metal classico che si materializza con la produzione di una demo in cui lui si fa carico di cantare e di suonare pressoché tutti gli strumenti, tranne la batteria e gli assoli di chitarra per i quali si avvale di Henrik Johansson, Fredrik Folkare (Unleashed, Necrophobic,…) e Pär Fransson che lo seguiranno negli sviluppi futuri.

Dopo una piccolissima parentesi a nome Domkraft, nel 2014 nascono i Dead Kosmonaut con l’obiettivo di esordire con un primo album in cui, vista la difficoltà di trovare un cantante adeguato, Mattias dovrebbe stare ancora dietro il microfono, optando per avere un ospite di peso nel brano “Grey hole”, cioè il grande Johan Langqvist, voce dei Candlemass nella pietra miliare “Epicus Domicus Metallicus” e negli ultimi album del combo di Stoccolma.

Quando sembrerebbe tutto pronto per registrare, Mikael Persson della TPL Records gli segnala Pelle Gustafsson che, pur provenendo dal growl della scena estrema svedese (Nifelheim, Hellbutcher,…), dimostra di sapersi cimentare alla grande anche con voce potente e “pulita”, andando a riempire il tassello mancante.

Finalmente, nel 2017, esce il primo full lenght, “Expect Nothing”.

Dalle prime note si evincono le influenze principali: quelle inequivocabili degli Iron Maiden, soprattutto per l’accoppiata solistica e certe ritmiche, dei Judas Priest prima era, dei Black Sabbath con Dio e dei Candlemass, evidenziando già quegli elementi prog che costituiscono e costituiranno il “dovrebbe” di cui sopra.

L’accoppiata iniziale di “Amduat” e “Concrete sky” è all’insegna di un heavy potente, ma, mentre la prima contiene un inciso dall’afflato psichedelico, la seconda esordisce con toni pacati e fascinosi per poi aumentare i giri e dispiegare la gran voce, assoli splendidi e tocchi lisergici.

In “Craving mad” emerge l’anima doom, prima della strumentale “Grimeton” in cui le chitarre si ergono a protagoniste.

“Time is the wound” è una cavalcata heavy che sembra uscire da una jam session tra gli Iron Maiden e gli Uriah Heep con delle parti corali tipiche di questi ultimi ed è seguita dalla potenza di “Dead men walking” che percorre ambiti oscuri.

Il momento d’atmosfera è rappresentato dall’enfasi possente di “House of lead” che anticipa i sette minuti della già citata “Grey hole”, in cui la voce di Langqvist è il cameo che va a impreziosire un brano meraviglioso che seduce col suo crescendo prog.

Nel 2019 esce un mini dal titolo “Rekviem”, in cui, oltre alla già citata “House of lead (nobody’s home)”, si distinguono l’heavy prog possente di “Frozen in time”, la strumentale “Skyhooks and sound mirrors” e i dieci minuti intensi e magnifici della title track che danno vita a una gemma magnifica.

Gravitas” vede la luce nel 2020 e alza ancor più il livello, dimostrandolo già con la maestosità epica di “Black tongue tar”, brano che tratta il tema della depressione.

“Iscariot’s dream” trae linfa dai ‘70 e unisce elementi che richiamano Judas Priest, Jethro Tull e Thin Lizzy.

L’heavy metal di classe caratterizza “Vanitatis profeta” e “The spirit divide”, anticipando gli oltre dieci minuti di “Hell/Heaven”, in cui l’indole prog prende il sopravvento e regala emozioni ornate da un leggero e costante tocco psych, descrivendo come un ateo immaginerebbe Paradiso e Inferno.

La title track è un breve strumentale che prepara al gran finale della suite “Dead kosmonaut”, divisa in due parti: la prima, molto breve, gioca su una coralità solenne che sfiora un’idea gregoriana; la seconda si muove tramite ritmiche cadenzate su un tappeto di organo dove intervengono la voce e lo sbizzarrirsi delle chitarre, per un effetto maestoso e seducente che dimostra talento raro; interessante sottolineare che la gestazione del brano parte da lontano e dal punto di vista testuale costituisce una fantasia sulla vita interiore di uno zombie.

Purtroppo il 2020 conduce nel dramma della pandemia e impedisce alla band di promuovere adeguatamente l’album dal vivo.

Mattias, però, non si perde d’animo e ricomincia a comporre i brani per quello che sarà il prossimo album che noi di Back In Rock non vediamo l’ora di recensire.

Dead Kosmonaut, band da scoprire o riscoprire.

Dead Kosmonaut “Expect Nothing” (TPL Records, 2017)

Band:

Pelle Gustafsson – voce

Fredrik Folkare – chitarre, tastiere su 2

Fredrich Rönnholm – batteria su 1-6

Henrik Johansson – tastiere su 1, batteria su 3-4-5-8 e piano su 8

Mattias Reinholdsson – basso, chitarre e cori; batteria su 2

Jonas Hansson – chitarre su 2

Pär Fransson – chitarre su 4-5

Per Broddesson – chitarre su 6

John Shamus Gaffney – basso su 7

Johan Langqvist – voce su 8

Tracklist:

  1. Amduat
  2. Concrete sky
  3. Craving mad
  4. Grimeton
  5. Time is the wound
  6. Dead men walking
  7. House of lead
  8. Grey hole

Dead kosmonaut “Rekviem” (High Roller, 2019)

Band:

Pelle Gustafsson – voce

Pär Fransson – chitarre su 1-3

Fredrik Folkare – chitarre e cori; tastiere su 2-4

Daniel Moilanen – batteria su 1-4

Henrik Johansson – tastiere su 1-4; batteria su 2-3

Mattias Reinholdsson – basso e chitarre

Fox Sinner – cello su 4

Tracklist:

  1. Frozen in time
  2. House of lead (Nobody’s home)
  3. Skyhooks and Sound mirrors
  4. Rekviem

Dead Kosmonaut “Gravitas” (High Roller, 2020)

Band:

Pelle Gustafsson – voce

Fredrik Folkare – chitarre e tastiere

Mattias Reinholdsson – basso e chitarre acustiche; piano su 5

Henrik Johansson – batteria e organo

Pär Fransson – chitarre

Per Broddesson – chitarre su 1-2, tastiere su 2

Daniel Moilanen – batteria su 1-2-8

Maria Odengrund – flauto su 2

Fredrich Rönnholm – batteria su 4

Svenska Kosmonautbyräns Kör – coro su 7-8

Mats G. Eriksson – organo

Tracklist:

  1. Black tongue tar
  2. Iscariot’s dream
  3. Vanitatis profeta
  4. The spirit divide
  5. Hell/Heaven
  6. Gravitas
  7. Dead kosmonaut pt I
  8. Dead kosmonaut pt II

(The band photos are by Soile Siirtola)