Come avevo ammesso nella recensione dell’ultimo album de The Cult, “Under The Midnight sun”, uscito nel 2022, il mio approccio a questa band è stato superficiale nel momento del loro massimo fulgore, molto più attento e approfondito in seguito.
Conseguenza di ciò, è stato il fatto che non li avevo mai visti dal vivo… anche se, a detta di molti amici che all’epoca ebbero l’occasione di farlo, parrebbe che non mi sia perso granché, soprattutto a causa delle prestazioni del grande Ian Astbury, spesso non all’altezza di quelle offerte in studio.
Fortunatamente, grazie al fatto che il gruppo non ha mai mollato, presentandosi con regolarità sul mercato discografico, ecco la possibilità di assistere ad un loro show, dopo che l’anno scorso non ero riuscito ad andare a Pordenone per impegni lavorativi.
Tanta attesa è stata ripagata con questa data al Carroponte di Sesto San Giovanni (MI).
L’impazienza di vedere il gruppo inglese permette di sopportare più facilmente l’attesa sotto il sole cocente.
La location è ottimale e consente di accogliere agevolmente il folto pubblico accorso.
L’onere di scaldare l’ambiente spetta a Jonathan Hultén, chitarrista svedese, ex dei death metallers Tribulation, ma qui in versione totalmente distante dall’esperienza passata.
Infatti, da solista, Jonathan opta per un’art music a trazione silvestre, prevalentemente acustica e poggiata sulla sua voce e su basi tastieristiche, oltre che, dal vivo, su un’ambientazione floreale e sulla sua immagine femminea di epoca vittoriana.
Come le ombre della sera cominciano a calare sull’intera location e l’intro esaurisce le sue note, ecco la chitarra di Billy Duffy che comincia a macinare riff, sostenuta da una sezione ritmica solida e precisa, in attesa di Ian, per constatare se sarà serata magica o meno.
Fortunatamente i miei sospetti si rivelano fondati e il vocalist si presenta in grande spolvero, garantendo emozioni a dismisura; ciò non mi sorprende, in quanto la maturità dovuta all’età, i minori eccessi e l’attività meno frenetica rispetto a quella dell’epoca d’oro, gli consentono di esprimersi a livelli ottimali.
La data fa parte de “The 8424 Tour”, quindi siamo nel quarantennale che la band celebra presentando una set list che sfiora i lavori più recenti e quelli degli anni 90, concentrandosi prevalentemente sui singoli e gli album degli ‘80.
Per chiunque conosca The Cult, credo sia inutile decantare la magia di brani come “She sells sanctuary”, “Rain”, “Wild flower”, “Resurrection Joe”, “Edie (Ciao Baby)”, “Sweet soul sister”, “Fire woman”, “Lucifer”, “Spirit walker”,…
Sottolineo la prestazione ottima della band, con i due leader sugli scudi… comprese le doti calcistiche del frontman (si vede che è Inglese) con i suoi tocchi di fino che danno del tu… al tamburello (!).

Sono contento per la presenza di brani tratti dalla discografia del nuovo millenio, “Lucifer” (da “Choice Of Weapon”), “Rise” (da “Beyond Good And Evil”) e “Mirror” (da “Under The Midnight Sun”).
Se mi esprimessi in maniera solo soggettiva, potrei dire che avrei gradito una maggior presenza di brani dagli ultimi album che considero bellissimi, ma, dovendo essere oggettivo, confermo che hanno scelto una scaletta ottima e coerente col tema del tour e atta ad accontentare la maggior parte del pubblico.
Alla fine, importanti dovevano essere il livello dei brani e quello delle prestazioni, cosa in cui sono stati pressoché inappuntabili.
Molto buono l’audio, mentre non si sono sprecati molto nell’allestimento del palco, con una scenografia scarna, preferendo lasciare il ruolo di protagonista solo alla musica e al suo impatto.
Il pubblico, inizialmente un po’ timido, si è scatenato a seguito dei solleciti del vocalist.
Il culto de The Cult continua più in forma che mai.

