Pochi mesi fa, su queste “pagine”, avevo parlato degli olandesi Dool in occasione dell’uscita del live Visions of Summerland

Questa pubblicazione dal vivo, di fatto, aveva il compito di confermare i riscontri positivi dei primi due album e, nello stesso tempo, di preparare il terreno al successivo che avrebbe dovuto costituire il salto di qualità definitivo.

Obiettivo centrato, “The shape of fluidity” si candida a essere uno degli album dell’anno… almeno per il sottoscritto.

Se il sound del gruppo, con la sua perfetta miscela di hard, shoegaze, metal, dark’n’gothic e psichedelia, già conteneva gli elementi drammatici e malinconici insiti nel genere, con il nuovo lavoro questo aspetto si è accentuato ulteriormente, soprattutto dal punto di vista delle liriche, attraverso le quali il carismatico vocalist Raven Van Dorst mette a nudo la sua storia di ermafrodita,  nato con due sessi e “trasformato” in femmina per volontà dei medici, venendone a conoscenza solo parecchi anni più tardi a seguito di evidenti problemi identitari e costringendolo a una complicata ridefinizione personale che lo ha portato alla decisione di abbandonare il nome di Rihanne e di adottare quello più “fluido” di Raven.

Siamo di fronte alla storia di una persona che attraverso la musica ha deciso di mettere a nudo la sua fragilità, il suo dolore, ma anche la sua forza… tutto ciò con il contributo e il sostegno della band.

Il primo singolo, “Venus in flames” https://youtu.be/ybL_zAmMad0?si=xYmIHfSJqxt-vv8f)

è brano perfetto per aprire l’album, infatti, dopo un breve incipit intimo, l’impatto sonoro aumenta esponenzialmente con le chitarre che esplorano percorsi psichedelici e le ritmiche serrate su cui la voce si propone in tutta la sua varietà, regalando un assolo di gusto prima di un finale più sognante e delicato.

“Self-dissect” ha un inizio ingannatore facendo presupporre un classico hard rock, invece lo sviluppo è lisergico, con melodie acide e al contempo delicate che fanno da base alla drammaticità vocale prima del finale travolgente.

Nei sei minuti della title track, secondo singolo, si alternano momenti duri ad altri più mistici in cui la voce sceglie tonalità soavi al fine di creare contrasto con i passi maggiormente aggressivi.

“Currents” è un breve strumentale che costituisce un momento transitorio in cui si manifesta una psichedelia liquida e ispirata, con spazi solistici di gusto, penetranti e commoventi.

L’anima hard della band emerge con “Evil in you” attraverso il suo impatto di classe marchiato dalla prestazione di Raven.

“House of a thousand dreams” è una semi ballad meravigliosa che nella parte finale si vitaminizza, diventando più energica, arricchita dalla presenza di due ospiti: la voce greve di Kim Larsen a fianco di quella del cantante e il violino ispirato di Judith Van Der Klip.

Il coraggio della band è dimostrato anche dalla scelta dei tre brani più lunghi come singoli, compreso “Hermagorgon”, pezzo in cui passaggi pesanti, quasi metallici, si scambiano con altri più d’atmosfera, come a voler simboleggiare la ricerca della “luce” come terapia al “buio”.

“Hymn for a memory lost” trasuda energia e il vocalist manifesta le sue capacità toccando tutte le tonalità che gli sono proprie, tanto da sembrare che i cantanti siano più di uno.

Le melodie oscure e affascinanti di “The hand of creation” poggiano su un tappeto ritmico cadenzato ai limiti della tribalità, costituendo una degna chiusura a un album importante.

Band:

Raven Van Dorst – voce e chitarre

Nick Polak – chitarre

Omar Iskandr – chitarre

JB Van Der Val – basso

Vincent Kreyder – batteria

Guests:

Judith Var Der Klip – violino su “House of a thousand dreams” e Hermagorgon”

Kim Larsen – seconda voce su “House of a thousand dreams”