IL SANTUARIO DI LORETO CONSERVA UNA DELLE PIÙ IMPORTANTI RELIQUIE DELLA CRISTIANITÀ, LA SANTA CASA DELLA MADONNA

Uno degli effetti della pandemia è stata la notevole limitazione dei viaggi all’estero, con la conseguente possibilità di riscoprire culture, tradizioni, città e paesaggi tutti italiani. Recentemente sono stato per la prima volta nelle Marche, terra bellissima, e tra i molti luoghi pieni di storie mi ha colpito Loreto, vera e propria roccaforte (anche in senso architettonico, con le sue mura e le sue torri) del mondo cattolico, importante meta di pellegrinaggi per la presenza della “Santa Casa” di Nazareth: nella basilica è infatti custodita quella che si dice sia una parte dell’edificio dove la futura madre di Gesù ricevette l’annunciazione. Secondo la tradizione furono gli angeli a portarla da Nazareth fino in Italia, ma è altamente probabile che questa fantasticheria religiosa sia basata sul fatto che il trasporto venne fatto da una famiglia di commercianti di nome Angeli. Ma non è di questo che volevo parlare, la religione personalmente non mi interessa: come dice un amico, le chiese sono solo ottimi posti dove rollarsi una canna lontano da occhi indiscreti.

Ma sono anche l’espressione di un impero potente basato su qualcosa che non esiste; in ogni modo, spogliate del loro significato religioso, restano sempre significativi concentrati di contenuti storici, architettonici e artistici. Insomma, girovagando tra i materiali in esposizione nel Museo Pontificio della Santa Casa, mi sono trovato davanti a una bacheca contenente antichi stampi in legno, proprio come quelli che si usavano da bambini per imprimere un particolare disegno sul quaderno, o sulla pelle. Sono curiosi, attirano la mia attenzione, che subito è catturata dalla didascalia: “Tatuaggi lauretani”.

Tatuaggi? In un santuario cattolico? Ho sempre pensato che la religione occidentale non ammettesse il tatuaggio, tradizionalmente inteso come marchio di vita di malaffare, nonché di deviazione pagana. Anche nella Bibbia (Lev 19:28) si legge: “Non vi farete incisioni sul corpo […] né vi farete segni di tatuaggi”. Apparentemente, una contraddizione, che mi ha spinto ad approfondire. Ho così scoperto l’esistenza di un libretto, I tatuaggi sacri e profani della Santa Casa di Loreto, di Caterina Pigorini Beri, estratto da una sua pubblicazione del 1889 sui costumi e le superstizioni dell’appennino marchigiano. Che poi mi ha portato sulle tracce di altri testi, utili a capire meglio la singolare questione. Sembra che ci sia un precedente storico, risalente ai tempi delle crociate. Infatti, a partire dal 1100, molti cavalieri e soldati che andavano a combattere in terra santa cominciarono a imprimere la croce e altri segni sacri sul proprio corpo. La motivazione non è certa, alcuni affermano che fosse per essere riconosciuti come cristiani in caso cadessero in battaglia, e quindi poter essere sepolti in terra consacrata. Non bastava una collanina o il simbolo sulle tuniche, visto che dopo i cruenti scontri sostenuti, spesso rimaneva ben poco che permettesse di riconoscere un soldato cristiano. Altri affermano che invece soldati e pellegrini cominciarono a tatuarsi in terra santa proprio per testimoniare e ricordare la fede e la militanza che li aveva portati così lontano. A Gerusalemme si diffusero infatti laboratori di tatuatori, i quali spesso erano cristiani di origine egiziana, già esperti poiché i copti usavano il tatuaggio come segno di appartenenza non manifesto, per evitare persecuzioni.

L’usanza prese talmente piede che verso il XVI secolo aveva raggiunto dimensioni commerciali notevoli: quasi un’industria del souvenir per i pellegrini. Tanto che più volte nei secoli i concili dovettero rinnovare il divieto di tatuarsi, perché i tatuaggi “aprono la porta a spiriti demoniaci di tormento, spiriti impuri”. In realtà il tatuaggio originario di Gerusalemme ha un tratto piuttosto stilizzato, essenziale, mentre i tatuaggi lauretani sono dettagliati, trasmettono una tensione della fede e del dolore molto più accentuata. Simboli francescani, emblemi della passione di Cristo, monogrammi, crocifissi, angeli e arcangeli, Madonne trafitte da spade (Madonna dei sette dolori, Madonna di Loreto), e il famoso cuore sacro, a volte trafitto, a volte gocciolante sangue. Tutti simboli, soprattutto l’ultimo, poi recuperati in tempi relativamente recenti da tatuatori di tutto il mondo, che ne hanno fatto prima un segno distintivo dei viaggiatori per mare e dei criminali, poi della libertà ribelle che è stata la bandiera del rock’n’roll e del rock.

Questi simboli a tema sacro quindi rappresentano un capitolo essenziale della storia del tatuaggio, che si scopre strettamente legata alle derive religiose dell’uomo; suggeriscono anche che i giovani modaioli orgogliosi del loro “braccio”, quasi fresco di tipografia (e costato un botto di soldi), non fanno altro che ripetere un gesto “contro” – ormai privato di qualsiasi traccia di ribellione – che fu tale anche per tutti i credenti che nei secoli, disattendendo le stesse regole della chiesa, vollero avere sulla pelle i simboli della propria fede.

Un tempo era il dio dei popoli, poi lo fu del rocchenroll. Ora è il dio della moda.